SULLA TEMPORANEITA' DELL'ESTETICA INORGANICA
- Gilberto

- 9 mag
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In tempi di Biennale conviene non parlare d'arte ma piuttosto soffermarsi sulla vacuità e temporaneità del criterio estetico che un tempo dominava l'Arte e ora appartiene al Design e alla sua tempistica vorticosa.
Vi fu un tempo in cui Arte e Estetica erano rette parallele che, otticamente e illusoriamente, si congiungevano all'orizzonte. Da Fidia a Michelangelo, da Prassitele a Canova i canoni dell'estetica, dell'equilibrio armonico tra le parti, imperavano doverosamente rispettando l'equilibrio geometrico affermato da Dio nella creazione dell'Uomo e rappresentato da Leonardo nel suo Uomo Vitruviano.
Forse fu per colpa di Pitagora secondo il quale armonia era relazione matematica, e certamente l'esercito di filosofi e pensatori che lo seguirono, fino a quel Goethe della teoria dei colori, che nei secoli l'impatto armonico sull'estetica si riverberò strutturalmente sull'Arte e nel concetto stesso di Arte.
Poi accadde qualcosa, qualcosa di sfuggente, qualcosa di economico e pervasivo: l'Arte si divise dall'Estetica e il distacco avvenne, anno più anno meno, attorno alla prima grande criticità del Capitale, in quella fin de siecle XIX° in cui la Dinamica del Positivismo diede luogo a Dadaismi e Futurismi, a immani metallurgie, gigantesche forcine svettanti nel cielo parigino, che assursero alla nobilitazione artistica, fino a definire l'Arte nel suo proprio costrutto materiale ben più che nell'impatto armonico delle forme e negli equilibri dei colori.
L'Estetica, a quel punto, si trasferì armi e bagagli nell'oggettistica, nell'automotive e nel design in un percorso suggestivo e pirotecnico di stoviglie e vetture, televisori e teiere, poltrone e arredi, abiti e accessori, cucine e pastrani sempre più smaniosi di affermare una propria “linea”, una relativa “griffe”, una componente estetica di inequivocabile appartenenza, di riconoscibilità, non diversamente da come nei secoli precedenti si poteva attribuire, facilmente e al primo sguardo, una tela al Tintoretto piuttosto che al Mantegna.
Accadde così che mentre nei precedenti millenni il criterio estetico era rimasto pressocché inalterato non discostandosi quasi mai dal canone reggente della relazione con l'umano e il naturale, registrabile genericamente sotto il criterio dell'Organico, nel momento in cui l'Estetica operò nell'Inorganico (stoviglie, teiere, abiti, automobili, trattori eccetera) la durabilità dell'estetica e relativi canoni divenne irrisoria.
Qualsiasi oggetto di design, a pochi anni di distanza dal suo apparire, appare come poco più che un ferrovecchio, tranne amabili casi di pietas conservatrice che attribuisce il vezzo di “vintage” o l'attributo di “modernariato” nel tentativo di salvare il salvabile, aggrappandosi alla melanconia del ricordo.
Esiste allora un diverso criterio dell'invecchiare tra organico e inorganico.
Tutti noi invecchiamo, perdendo una parte di estetica e forse trovando altre valenze interiori o spirituali a supporto dell'estetica perduta: l'organico invecchia ma “non va fuori moda” come non può andare fuori moda un volto antico, segnato dal tempo e dalla saggezza appresa all'interno di un contesto che ancora attribuisca valore e valenza alla saggezza stessa, cosa di cui in questi tempi è lecito persino dubitare.
L'inorganico, invece, invecchia precocemente e altrettanto rapidamente passa di moda.
Una vettura che da ragazzi ci faceva sognare è oggi catalogabile con l'epiteto di catorcio, di rottame, e sommariamente qualificabile come “brutto” in virtù di radicali e profonde trasformazioni intervenute nella codifica estetica, nella individuazione di ciò che rende un oggetto “bello” se non addirittura “desiderabile”. L'intero comparto delle vetture costruite negli anni '70 e'80 del secolo scorso è facilmente catalogabile in questa modalità.
L'Arte, intanto, diviene sempre più puro concetto, interpretazione sistemica, manifestazione sociale, critica politica, usando materiali diversi, forme immaginifiche, costruzioni astrali, batacchi umani, tecnologie mirabili, intelligenze silicee, corpi di ballo, banane più o meno mature, in un assemblaggio di componenti infiniti come infinita è divenuta la rappresentazione artistica sempre meno orientata all'equilibrio estetico e sempre più significante significati concettuali cari all'autore, all'artista, all'interprete e in quella dinamica sfugge alla comprensione, quando non all'interesse, del pubblico osservante.
L'Arte può persino smaterializzare se stessa, con opere che si eliminano nel momento in cui vengono esposte, o mutano costantemente e caleidoscopicamente affermando l'impermanenza di ogni umana cosa, e il passaggio dalla materica alla smaterializzazione segna un formidabile mutamento ideale, persino più violento del precedente accesso alla dinamica cubista destrutturante la statica piana, di cui non è possibile non prendere atto
Così l'estetica è divenuta materia necessaria all'oggettistica, al design e alle reltive forme di commercio, persistentemente soggetta a innovazione essendo la stessa innovazione radice delle opportunità concesse dal marketing, quel marketing che solo nell'innovazione e nella trasformazione individua l'accesso all'interesse e al portafogli del mercato.
In mezzo, e col cerino in mano, rimaniamo noi persone, amanti dell'Estetica e dell'Arte, orfani ormai dell'una e dell'altra.





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