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PAVANE POUR UNE FEMME TRISTE

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Mi perdonerà Ravel se titolo imitando la sua celeberrima pavana, ma l'incedere regale, maestoso e triste del genere musicale ha parecchio a che vedere con l'argomento di questo intervento.


La donna di cui scrivo potrebbe essere una donna qualsiasi, potrebbe essere una persona esistente o un'eroina tolstojana frutto più che della fantasia delle riflessioni morali del romanziere russo che riguardano tutti e nessuno, che coinvolgono il lettore nel dipanarsi della trama dovendo il lettore medesimo disporsi a cercare di capire come lui o lei in quella data situazione avrebbe agito.

O potrebbe anche essere protagonista di quella saga familiare dei Buddenbrook, in cui ogni personaggio sembra agire più spinto dal proprio ruolo, dal ceto, dalle convenienze e dalle apparenze che non da motivazioni personali, dal suo proprio carattere o dal desiderio.

La questione, infatti, è proprio questa: agiamo consapevolmente secondo la nostra natura o ci rifugiamo nell'azione attesa, per non dire coatta, dall'opinione che ci riguarda?

Agiamo per convenzione o per volontà?

Assumiamo decisioni perché davvero condivise e fatte proprie o per semplice imitazione della maggioranza?

Vale, questo ragionamento, per ogni minima e massima scelta, dal cominciare o smettere un vizio all'indirizzo degli studi intrapresi, dall'esecuzione dei compiti lavorativi alla decisione di convivere o sposarsi: in qualsiasi direzione guardiamo la determinazione personale sfuma, quando non coincide, con l'aspettativa dell'ambiente in cui viviamo, con il quale ci confrontiamo.

Così per l'intero ottocento le donne vennero considerate isteriche da quel puritanesimo vittoriano che ne impediva la libertà sessuale e malgrado l'evidenza dell'oppressione matrimoniale persistevano nell'acconsentire a matrimoni spesso combinati con l'intento di aggregare patrimoni ben più che generare felicità.

Allo stesso modo una mentalità tuttora patriarcale, sessista e maschilista definisce il ruolo femminile come costretto tra lavoro e famiglia imputando alla libertà e all'indipendenza inquietanti appunti di moralità

E persino in queste lande che si vorrebbero civilizzate e moderne l'idea prevalente afferma il maschio Tarzan e la donna Jane, quando non addirittura Cheeta, e gli adolescenti che ne respirano i sentori crescono peggio dei loro padri etichettando le coetanee come adatte al lupanare.

Certo, la “femme triste” può solo disperare, cadere nell'astenia, dibattersi impigliandosi così ancor di più nella rete delle convenzioni.Per questo ne scrivo: perché è insopportabile.



1 commento


Linda
un giorno fa

Credo che il problema sia proprio questo a volte facciamo una scelta in un determinato momento della vita convinti che sia quella giusta. Poi però il tempo passa, cambiamo noi, da coppia si diventa genitori.

Cambia la società, cambiano i ruoli e le esigenze... Eppure spesso abbiamo paura di rompere gli equilibri costruiti negli anni, anche quando non ci rendono più felici.

Forse è da questo conflitto tra ciò che siamo diventati e ciò che continuiamo a essere per abitudine o per aspettativa degli altri che nascono molte sofferenze: ansia, depressione, malessere interiore. Perché alla lunga reprimere se stessi ha un prezzo, e prima o poi qualcosa dentro di noi chiede di essere ascoltato.

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