ARTE E FILOSOFIA: L'ETERNA BIENNALE
- Gilberto

- 5 mag
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Le recenti diatribe relative alla Biennale di Venezia possono essere utili per una valutazione di merito sulla funzione dell'Arte e della Filosofia, funzione che non può essere altro che critica.
Quando Marx intitolò “Critica della critica critica” un suo saggio non pochi rimasero perplessi.
Il titolo, in effetti, poteva risultare alquanto criptico per i non addetti ai lavori e si rifaceva apertamente ai lavori kantiani in cui per “critica” si intendeva analisi, approfondimento, valutazione e persino variazione.
Critica nasce da termine “Crisi” che significa cambiamento, mutamento, trasformazione: tutti gli umani attraversano l'età critica dell'adolescenza, in cui il bambino si trasforma in adulto.
Così il termine “Critica” assume un valore di estrema rilevanza in quegli ambiti dello studio (Filosofia) o della rappresentazione (Arte) in cui il cambiamento, non fosse altro che di prospettiva rispetto a quella tradizionale, risulta pare fondante della propria manifestazione.
Stucchevoli quindi le recenti polemiche avviate da alcuni membri dell'Unione Europea e della politica italiana relative alla conduzione della Biennale di Venezia. Stucchevoli, e incomprensibili a maggior ragione per chi si picca di essersi recentemente laureato in filosofia come il Ministro Giuli, in quanto rappresentative di una ricerca di operare un “controllo politico” su materie che da che mondo è mondo definiscono la plastica rappresentazione della critica sistemica, a maggior ragione quindi esulando da una titolarità politica.
Arte e Filosofia sono modelli di rappresentazione, di interpretazione della realtà e come tali, in virtù dell'approfondimento e dell'analisi critica dei modelli interpretativi e rappresentativi, si affermano di tempo in tempo in virtù del loro valore “critico” di superamento delle posizioni pregresse e di ricerca di forme innovative adatte e adeguate ai mutamenti introdotti da altri elementi, in particolar modo dalle tecnologie e dall'economia conseguente.
Ne segue che entrambe le forme della rappresentazione del pensiero altro non possono essere che genericamente libertarie dovendo, in quanto esistenti, affermare un'azione di stimolo, proporre una divergenza, una variazione, una nuova complessità, un “cambiamento” rispetto all'esistente e al consolidato.
Valga per tutti l'Elogio della Follia di Erasmo che proprio nella follia, nella divergenza e nello stravolgimento dell'abitudinario individua la potenzialità di sviluppo, il seme della germinazione ideale, della scoperta, dell'avanzamento, della creatività e della dinamicità.
Da queste breve prolusione deriva l'evidenza per cui nessuno “Stato” possiede e orienta il pensiero o l'azione dell'artista o del filosofo, e in quanto forma di governo politico e di gestione amministrativa nessuno Stato può seriamente immaginare di poter imbrigliare pensiero e arte se non attraverso forme permanenti di repressione e di controllo poliziesco.
Così la Biennale sconta l'errore di partenza della manifestazione stessa, il suo peccato originale di affidare ai diversi Stati la gestione dell'esposizione dei percorsi artistici che si manifestano all'interno dei territori amministrati, attribuzione comprensibile in epoche superate da un secolo, in quegli anni '20 e '30 del novecento che videro affermarsi dittature micidiali che esplicitarono il proprio potere anche attraverso la definizione di stili caratterizzanti e di un pensiero unico, collettivo e nazionale impedendo di fatto la manifestazione libera del pensiero filosofico e dell'azione artistica.
In questa logica, allora, ciò che prima era stucchevole polemica ora si trasforma in pericoloso orientamento, in un ripristino del modello controllante esercitato dalla politica governativa sull'espressione artistica, nella prevalenza del pensiero unico, statale o comunitario, rispetto alla libera manifestazione della rappresentazione. Mentre l'organizzazione propone spazi di esposizione per l'Arte degli Artisti i singoli padiglioni, gestiti dai governi statali, affermano o potrebbero affermare l'Arte di Stato, l'arte gradita al governo, l'arte che non critica ma elogia, che non mette in discussione ma sostiene, quella che si dovrebbe chiamare Estetica e non Arte perché l'Arte è come la Filosofia: o è critica o non è.





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