top of page

L'ETA' DELL'INDETERMINATEZZA

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 14 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Per la prima volta nella storia dell'Uomo attraversiamo un periodo di cambiamento epocale senza che l'Arte ne manifesti, apparentemente, un modello specifico di rappresentazione.

Benvenuti nell'età dell'Indeterminatezza.


Ogni epoca, da che l'Uomo passeggia su questo pianeta, ha definito la propria comparsa attraverso un modello rappresentativo che nel corso dei secoli abbiamo definito con il termine un po' generico di “arte”. Dai graffiti preistorici alle iscrizioni geroglifiche ai mosaici bizantini, dal rinascimento al futurismo e alla Pop Art i cambiamenti significativi son stati accompagnati da modelli di comunicazione, di rappresentazione e di celebrazione di stile omogeneo, tanto da poter essere facilmente attribuiti all'epoca di riferimento e raggruppati sotto la voce del medesimo stilema sia nella pittura che nell'architettura, nelle lettere come nella scultura.

L'ultimo, grande sforzo univoco e collettivo è stato prodotto dalla Pop Art, figlia dell'entusiasmo consumistico e produttivo del secondo dopoguerra, che ancora oggi lancia qualche sempre più timido segnale di sussistenza.

Potremmo addirittura dire che nel passato i grandi cambiamenti economici e sociali furono anticipati da significativi mutamenti nei processi artistici, da Giotto a Caravaggio, da Bernini a De Chirico i mutamenti di paradigma sociale trovano manifesta rappresentazione e anticipazione nelle forme dell'Arte.

Oggi l'Arte sembra essersi eclissata, sembra divenuta una sorta di fantasma, eterea idea indeterminata, manifestazione temporanea se non atemporale, implicitamente incapace di permanenza, gesto momentaneo destinato alla dimenticanza, e questo mutamento, questa forma che respinge la fissità o la perennità è, probabilmente, la cifra che meglio rappresenta il nuovo paradigma sociale.


L'assenza di Modello

Come potremmo definire oggi l'arte se non con il termine di “indeterminista”, e che significato assume un modello di rappresentazione indeterminato rispetto all'oggetto rappresentato?

Se l'Arte è forma di rappresentazione ed è orientata all'indeterminatezza qual'è la forma della società che rappresenta?

Si tratta, più specificamente, di indeterminismo o di un decostruttivismo forzato nei tempi e nelle in-validazioni, in cui l'arte è prodotto di consumo e come tale si produce, viene consumata e si rigenera in un costante e sempre più rapido ciclo? In cui il consumo è istantaneo e visivo, come un suono o un cibo, e si esaurisce con lo sguardo, l'ascolto o l'ingestione?

E come, infine, nominare questo genere che genere non è mancando totalmente di modelli generali applicabili, riscontrabili e riconoscibili nel particolare?


L'assenza di Società

Nell'era del narcisismo selfico l'artista produce per segnalare, per scuotere, per urtare, o forse solo per farsi notare: rappresenta una problematica, il suo punto di vista sulla problematica, aspetti singolari della problematica e ne fa campione rappresentativo. Che si tratti di un bacio iconico e murale, di una strage di innocenti, di uno scampanio a morto dal battacchio umano, di un frutto marcescente, non è mai la società il tema, non è il sociale ad emergere ma la posizione dell'artista nei confronti del singolo accadimento, del fatto particolare, dell'immagine temporaneamente iconica che ha fatto parlare di sé il mondo: nulla, quindi, destinato alla permanenza, tutto, piuttosto, destinato alla temporaneità minima, alla scomparsa per usura o nel tritacarte del tempo che scorre più rapidamente di quanto l'arte lo possa riprodurre.


Arte del Momento

Così il segnale è istantaneo, di minima temporaneità, prodotto e consumo si avvicinano fino a persino fondersi in quelle forme rappresentative che si definiscono davanti allo sguardo dell'osservatore e si esauriscono al termine della performance.

Nella società ludica e dell'intrattenimento l'Arte è allora spettacolo, ma dallo spettacolo si distacca proprio grazie alla sua non riproducibilità, all'istantaneità del proprio essere, alla possibile permanenza e sussistenza esclusivamente nella mente dell'osservatore partecipe nel momento in cui viene prodotta. E se pure descrive un soggetto collettivo, sia la noia o l'eros, la solitudine o l'emancipazione o la guerra, non aspira alla permanenza, non è linguaggio sociale, non sarà esposta nei musei del futuro, ed è perfetta rappresentazione dell'indeterminatezza della nostra epoca.


Umanità Indeterminata

Allo stesso modo dell'Artista anche l'Intellettuale ha trasformato la sua forma e la modalità espressiva, e dal saggio carico di riferimento e approfondimento ha trasferito nell'intervento, persino nel “post”, il suo sapere, la sua osservazione, la sua provocazione.

Nella società ludica e dell'intrattenimento ciò che si pone al di fuori del consumo bulimico e immediato diviene noia e scarto.

Nella società del consumo immediato anche l'individuo è “prodotto” e come tale soggetto a consumo immediato in ogni forma delle relazioni sociali, nell'affettività sempre più soggetta a scadenza temporale così come nella precarietà occupazionale, e come prodotto si presenta, si manifesta e viene consumato per rendersi immediatamente disponibile a nuovi consumi, a nuove occupazioni, nuove relazioni, nuove pantomime di affettività.

In questo modo l'Umanità, prodotto primario nell'economia dell'indeterminatezza, perde appigli e ancore, riferimenti e appartenenze, diviene ondivaga e incerta, validata esclusivamente per le sue temporanee performances, per la propria capacità di attrazione temporanea e immediata priva però di argomenti valoriali, di un'idea generale di riferimento, di un modello scalare e riproducibile, e in questo nuovo inferno rutilante e eterno nella sua atemporalità indeterminata l'Individuo cessa come tale per divenire oggetto, la società cessa come tale per divenire massa, la politica perde il proprio significato di orientamento valoriale collettivo per agglutinarsi alle manifestazioni del Mercato e alla sua propria spietata indeterminatezza.


1 commento


Linda
14 giu

Forse il problema è proprio quello che hai descritto nel tuo articolo, oggi l'arte sembra aver smesso di cercare l'eternità e si accontenta dell'istante.

Un tempo la tecnica era un linguaggio attraverso cui l'artista cercava di avvicinarsi a qualcosa di più grande di sé. Anni di studio, disciplina e sacrificio erano il prezzo da pagare per lasciare un segno che resistesse al tempo. Michelangelo o Giotto non cercavano lo stupore di un giorno, ma il dialogo con i secoli.

Oggi, invece, sembra che il valore di un'opera coincida spesso con la sua capacità di interrompere per un attimo il flusso distratto dello sguardo. Una banana appesa a un muro, un corpo esibito, una provocazione qualunque, persino la fotografia del dettaglio…

Mi piace
bottom of page