top of page

DELITTO E CASTIGO

  • Immagine del redattore: gil borz
    gil borz
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Pomeriggio piovoso e affollato quello di sabato scorso, 17 gennaio, in cui Erica Roveglia ha presentato il suo ultimo (eccellente) libro “Formula per un omicidio imperfetto”.

Bene, anzi benissimo la presentazione in cui l'autrice ha ripercorso i passaggi salienti della cronaca del tempo, ricordando inoltre come in quel lontano 1975 un inviato del Corriere della Sera avesse osato osservare che Vercelli era, ai suoi occhi, la “città del posto fisso”, affermazione che fece impermalosire alquanto i cittadini.

Eppure quel delitto maturò all'interno di una mentalità chiusa, oppressiva se non repressiva presente in famiglia e nel contesto sociale, mentalità applicata nei confronti dell'autrice del delitto stesso a cui la famiglia impediva di fruire di quelle libertà individuali che altrove, e in particolare nelle metropoli vicine, erano affermate.

Non dimentichiamo che negli anni '70 esplosero la contestazione e il femminismo, la libertà sessuale e i diritti dei lavoratori, la musica rock e il terrorismo: il mondo cambiava rapidamente ma nella provincia si fingeva che così non fosse. Era la provincia della tradizione, del passo lento, del ruolo sottomesso delle figlie, del perbenismo borghese un po' ipocrita: quello, insomma, che l'inviato del Corriere indicò da “posto fisso”, magari rifacendosi a quella canzone dei Gufi che recitava “io vado in banca, stipendio fisso, così mi piazzo e non se ne parla più!”.

Non so dire, quindi, se il delitto maturò in una chiave di ribellione individuale, un anelito di libertà o se fosse stato anche motivato dall'avidità, dal desiderio di poter mettere le mani sul patrimonio famigliare. Da come posso avere inteso l'evento credo sia stata la libertà negata all'autrice del delitto la causa scatenante il processo delittuoso.

Ma tocca ora affrontare un altro tema, ovvero il come quella che chiamiamo “giustizia” (termine valoriale eticamente e pertanto assolutamente improprio e inadatto) risolse l'argomento non tanto in termini di sentenza ma di percorso di ravvedimento.

Affermano gli attori che praticano la procedura penale e carceraria che il Pentimento è materia morale e pertanto esula dai propri compiti.

Lecito allora domandarsi come il Ravvedimento, richiesto dalla Legge come fine ultimo della sentenza, possa esistere in assenza di pentimento, ovvero come si possa definire un valore morale in codici e codicilli, regolamenti e disciplina.

L'impressione resa nell'ascoltare le affermazioni di chi si occupa di vita carceraria e di disposizioni procedurali è che il Kafka del Processo aleggi ancora nel nostro ordinamento e nel quotidiano.

Che la visione strutturalmente punitiva e vessatoria nei confronti del giudicato definisca l'organizzazione fondamentale, lasciando ben poco spazio ad altre forme.

Si ha l'impressione che quanto affermava il Beccaria nel suo “dei delitti e delle pene”, ovvero che meglio fosse la pena a vita che quella di morte perché l'ergastolo serviva a far soffrire più a lungo il colpevole, sia tuttora nell'idea dominante tanto del legislatore quanto dell'esecutore.

Nulla, nelle dinamiche nomative e di regolamento, lascia spazio al Pentimento che ci emoziana nel Raskolnikov di Dostoevskij o nella conversione dell'Innominato in Manzoni.

La materia è a tal punto arida da definirsi poco umana, il reo è oggetto e non soggetto moralmente definito e il carcere diviene così palestra di malessere e disagio, università del malaffare e del delinquere perdendo in misura sostanziale l'obiettivo che, a parole, dovrebbe contenere.

Nel caso specifico la protagonista ha, fortunatamente, potuto e saputo redimersi, ha trovato un proprio percorso esistenziale, maturando come maturano tutti i giovani che dall'essere poco più che adolescenti si trasformano in adulti.

Temo però si tratti di un caso raro perché dalle note emerse nel dibattito di ieri tutto fuorchè l'Etica ha risuonato dietro le sbarre del carcere e ciò che maggiormente ha colpito è che agli attori operatori che hanno preso la parola non si accenni neppure l'idea di possibili mutamenti nel modello, nel sistema e nell'organizzazione.

Il carcere non rieduca, il redimibile si redima, se vuole, da solo e poco importa se la giustizia sia capace di essere giusta. Lo Stato esercita la forza, non l'etica.



Commenti


© 2025/2026 Vercelli Domani

 Via Dionisotti 12 13100 Vercelli 

Web & Social Management a cura di Gilberto Borzini

bottom of page