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900, IL SECOLO INUTILE DEL DISAGIO EUROPEO

Immagine del redattore: Gilberto
Gilberto
2 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

Nulla sembra essere cambiato nel disagio europeo, quel disagio che condusse a due conflitti mondiali, alla nascita di totalitarismi folli: il '900 è trascorso senza che i suoi mali venissero risolti e occorre allora domandarsi “se”, e nel caso come, possano trovare soluzione.


Rigurgiti nazionalisti, rilancio di identità etniche, plausi cimiteriali a sterminatori di guerra, ritorno di miti storici, rinnovato conflitto tra un illuminismo sempre più affaticato e stanco e un vivace irrazionalismo, e sullo sfondo il permanente ruolo tedesco assurto a categoria platonica se pur perennemente indeciso tra l'europeizzare la Germania o germanizzare l'Europa: il ventesimo secolo, il '900, iniziò con queste caratteristiche, le medesime che troviamo nella contemporaneità, come se un secolo, fascismo, nazismo e stalinismo, due guerre mondiali e altre catastrofi non fossero servite a nulla. Come se fossimo ancorati, fissati e incollati ad un permanente 1914, al giorno antecedente Sarajevo, nella fluttuante incertezza del tempo dell'attesa di un ineluttabile destino collettivo, come se fossimo in attesa di un futuro coincidente col passato, con un inizio non solo cominciato ma terminato e tornato rapidamente all'origine da cui si era determinato.


Il mistero europeo

Sia, forse, la complessità culturale del piccolo continente in cui viviamo o sia l'articolato divenire storico con i suoi tanti, troppi destini imperiali e interessi coloniali inevitabilmente confliggenti per nulla sopiti dall'integrazione monetaria o dalla comune rassegnazione imperiale alla forma democratica oggi comunemente interpretata tome troppo lenta e macchinosa per gestire la realtà in tempo adeguato, forma avviata ad una rapida trasformazione che diverrà per volere popolare perennemente transitoria come lo sono tutte le forme temporaneamente necessarie per arrestare un problema, una dinamica, uno scompenso, un disagio politico o di rappresentatività.

Forze avverse, o diversamente complementari, si fronteggiano mentre i vecchi imperi sembrano sgretolarsi definitivamente lasciando le nazioni orfane di Stati e le genti orfane di nazioni, e il barbaro, l'avverso e l'ostile si insinua nei domini un tempo nostri e s'arricchisce e si fa beffe degli antichi padroni, e il teutone reagisce infiacchito dalla ruggine endotermica dell'industria azzoppata e ripropone l'elmo chiodato e lo scarpone nella sabbia e il fronte orientale e la nuova Stalingrado mentre il continente che si voleva di tutti amico scopre d'essere al centro dell'ostilità comune, inviso oltre oceano e oltre mediterraneo, ambìto cliente ma ripudiato mentore.

Retrocessi tutti a categorie inconsuete ecco il rinnovarsi di antichi miti, di eroi e titani, di etnie e confini, di gelosie e rivalse mentre sullo sfondo una nuova Sarajevo si prepara in quei Balcani irrisolti e divisi tra ortodossia e mediterraneo, figli degenerati del crollo asburgico, meteore impazzite della disgregazione imperiale e delle tentazioni ottomane, del richiamo cirillico e dell'illusione della modernità.

 

O forse fu l'economia

O forse non furono eroi e miti, titani e popoli, ma ferrovie e autostrade, miniere e commerci, ricchezze imperiali e fortune personali ad incrociare le armi nel secolo trascorso e a riproporre il dramma in identico modo. Forse furono economie avverse a formare le armate, forse i convogli mercantili a dover essere protetti da corsari e pirati, forse le reciproche ricchezze costruite sulla predazione coloniale delle risorse altrui, forse il controllo dei continenti che si esercita dal mare, forse l'accesso a vie e canali ad alcuni interdetto, e il permanere del modello e dello schema non può che replicare conflitti e disamori, il paradigma invariato non può che generare eredità coerenti e parallele, e logica vorrebbe che se di fratellanza si vuole vivere di fratellanza bisogna fare pratica e ciò che avversa non affratella, e il competere aiuta forse a crescere ma il più delle volte diviene ostilità.

Così, forse, il nemico della Pace non sono i Giganti e gli Dei, le Etnie e i Miti, bensì borse e azioni, speculazioni e risorse, banchieri e finanzieri che nel '900 esplosero in conflitto dopo aver tentato la globalizzazione del telegrafo e del treno, e se così fosse allora diverrebbe necessario mutare paradigma, riformare l'economia, impostare modelli participativi estesi, abolire il territorio, la nazione e lo Stato e il controllo e l'esercito e quant'altro indichi possesso e possedimento e con quelli la conseguente avidità.

Il '900 fu il secolo in cui “sono cominciate tante cose che forse non hanno ancora cessato di cominciare”, come scriveva Thomas Mann ne La Montagna Incantata, e il duemila sembra un permanere del '900, dei suoi conflitti e dei suoi disagi, della sua irrazionalità inevitabilmente belligerante condita da infinitamente stucchevoli preziosismi intellettuali.


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