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UNO SPARO NEL BUIO

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Sorprendente il discorso “bell'e pronto” che Trump legge un'ora dopo il fallito attentato, quasi che fosse stato predisposto e preparato per dare seguito ad un'aggressione compiuta dal solito “folle”. Ma i dubbi sono alimentati anche da altri elementi.


Che la politica abbia perduto ogni traccia di credibilità è ormai evidente e manifesto. Che nello specifico la politica trumpiana abbia bisogno di continui colpi di scena per tentare di rimanere in qualche modo “a galla” ancor più manifesto.

Intrappolatosi da solo nello stretto di Hormuz, con la prospettiva di una crisi economica planetaria da lui (e dal fido Bibi) innestata di durata epocale, reso indigesto da altre aggressioni militari, da blitz estemporanei, da affermazioni volgari e dagli omicidi a sangue freddo operati dagli agenti dell'ICE, nel perenne timore che i file Epstein rivelino i veri segreti che ancora ci si rifiuta di esporre, Trumpone e i suoi consiglieri escogitano la più banale delle situazioni, quella del fallito attentato, per provare a recuperare consensi basandosi sul “vittimismo”.

Il vittimismo (in Europa la campionessa assoluta in materia è la nostra presidente del consiglio) paga spesso se non sempre e se accompagnato dal “perdonismo” mira direttamente alla beatificazione da parte dei propri sostenitori.

Così, a pochi minuti dallo scampato pericolo, il POTUS legge dai fogli un discorso buonista e perdonista, tutto compreso nella necessità di ricreare fratellanza, amicizia e solidarietà in una Nazioen che più divisa di comìè non si potrebbe.

Intendiamoci: sulla divisione interna nel popolo americano non è tutta colpa sua. Anche i DEM con le loro iniziative Woke, la loro supponenza e l'aria di superiorità hanno lungamente soffiato sul fuoco della reciproca incomprensione imputando agli elettori conservatori un'aurea di stupidità, definendoli come poco più che minus habens. Ma di certo Trump ci ha messo un carico pesante.

Ora il Paese è davvero sull'orlo di una crisi di nervi e un'eventuale contraccolpo inflazionistico derivante dalla crisi iraniana ptrebbe ulteriormente peggiorare la situazione.

Si diceva: troppo veloce il discorso, e troppo evidentemente predisposto per non pensare ad una organizzazione preventiva.

Troppo clamorosa la svista della portavoce della Casa Bianca che poche ore prima affermava che ci sarebbe stato un “colpo” eccezionale.

Troppo ridicolo l'immediato soccorso portato prima al Vice Presidente (seduto alla destra della platea) e solo dopo altri secondi al Presidente (alla sinistra della platea), quando ogni ragionevole pratica di sicurezza impone il contrario.

Troppo surreale l'uscita del Segretario alla Guerra che si allontana mentre la “scorta” non lo protegge minimamente ma sta ad almeno tre metri di distanza.

Troppo comica l'idea che un tizio che soggiorna in albergo possa “correre attraverso i sitemi di sicurezza” eludendoli fino al poter sparare.

Troppo bizzarra l'ipotesi di entrare correndo in un salone con mille invitati facendo fuoco immaginando di eliminare l'odiato avversario: neppure nei film di serie C si arriva a pensare qualcosa del genere. Un attentato si pianifica: si spara da fermi, in posizione stabile. Ci si siede al posto di un convitato, oppure si affida il compito a un cecchino. Il resto sono baggianate.

Insomma, tutta 'sta storia non regge proprio, compreso il viaggio in treno dalla California a Washington che l'attentatore avrebbe compiuto per evitare i controlli aeroportuali.

Sembra, piuttosto, una sceneggiatura arrangiaticchia, roba buona per rispolverare le pallottole spuntate di hollywoodiana memoria.

L'ennesima mala figura di un'amministrazione destinata (si spera) alla dimenticanza.


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