L'INTELLETTUALE FA PAURA
- Gilberto

- 2 ore fa
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Perché la destra di governo teme così tanto i suoi Intellettuali? E per quali motivi l'Arte, per sua natura critica e graffiante, dovrebbe assoggettarsi ai diktat dei “salotti buoni” o delle persino peggiori “convenienze”?
Tre persone, tre intellettuali non da poco, non di poco peso: Marcello Veneviani, Beatrice Venezi e Pietrangelo Buttafuoco.
Nomi noti, anzi notissimi, in diversi ambiti delle forme dell'Arte, dalla scrittura alla musica fino all'estetica come segmento filosofico dell'Arte.
Tre personaggi spesso criticati, tanto che Marcello Veneziani viene indicato da critici e avversari come valente e capace, purtroppo però afflitto da strabismo conservatore, e che al bravo direttore d'orchestra si rimproverino l'orientamento politico e la bellezza, in un turbinoso vortice di irragionevolezza in cui la questione fondante della competenza e della capacità non trova alcun riscontro, mentre su fronti opporti della politica politicata ad altre figure si attribuisce una aprioristica competenza in funzione di un'estetica generalmente approvata.
Per non dire di Buttafuoco, prezioso esponente della Cultura nazionale, ferocemente avversato per il solo fatto di affermare, come doveroso, che l'Arte deve essere strumento di dialogo e di costruzione e come tale essere parte di un tessuto di pace: è con l'ostile che si deve cercare il dialogo, non con l'amico con cui condividiamo la quotidianità.
Pensieri divergenti
I tre casi esposti sono solo l'emergenza dell'iceberg che uccide la cultura nazionale, o meglio la cultura in generale.
Precipitati come siamo in un mondo in cui il valore dell'arte è definito dalla convenienza economica dei galleristi, l'Artista, o la concezione filosofica dell'artista, è destinato a trasformarsi in designer, produttore di riproduzioni capaci di generare fatturato, perfettamente esiliato dall'idea stessa d'arte. Cosa mai accadrebbe se oggi saltasse fuori un proponente il Futurismo o peggio ancora il Dadaismo, un rinnovatore dei linguaggi, delle espressioni o delle manifestazioni dell'essere in un segmento “artistico” dominato da un design industriale che sposa l'intelligenza artificiale?
Può sopravvivere alla palude cosmica del pensiero unificato a supporto di un capitalismo degenerato una figura capace di autonomia e critica?
Un pensatore, un soggetto desideroso di riflessione, un filosofo, un artista?
Potrebbe mai sostenersi oggi un Pasolini, quando persino a figure più istituzionali come un Cacciari o un Santoro viene ridotto l'ambito dell'affermazione libera e spontanea, contingentando gli interventi su pochi e specifici momenti, a favore di un pubblico potenzialmente già orientato, magari anche col fine inespresso di ritrovare consensi in passato perduti ben più che per lasciare spazio al pensiero intellettuale e libero?
Il divergente è diventato inviso, persino pericoloso.
Va imbrigliato, contenuto e se dirompente escisso, ostracizzato e indicato come fonte del male, del disagio, del pericolo e del terrore.
Perché il divergente implicitamente contesta e contestando infastidisce, turba, fa notare, pone in evidenza, risalta le magagne del potere, di qualsiasi potere in qualunque forma si manifesti.
Perchè la Filosofia o è critica o non è.
Perché l'Arte è necessariamente provocazione e se non è tale allora è solo estetica.
Ecco perché amo Buttafuoco, Venezi e Veneziani: perchè all'interno di un mondo conservatore sanno esprimere posizioni di rinnovamento, e di rinnovamento necessario si tratta perché se la cultura progressista si è esaurita in una caleidoscopica frammentazione di diritti in tecnicolor, in un appiattimento sconcertante teso a promuovere e ritrarre, mai a risolvere, il disagio quotidiano, il mondo liberale, il campo conservatore pare aver smarrito la definizione sociale, strutturale del proprio esistere, e solo l'artista e l'intellettuale dispongono degli strumenti, degli stimoli, delle dinamiche necessarie per ritrovare quella definizione che non è e non può essere la paura, che non può sedimentarsi sulla difesa del conclamato, ma deve cercare spazi di integrazione e interazione, disegnare nuove coscienze e appartenenze, nuove modalità espressive per una società dinamica e divenente.
Non bastano fauni e mondi di mezzo, generi afferenti all'infantilismo culturale: la Storia è infinita ma non reiterata, mutano forme e strutture, mutano linguaggi e espressioni.
L'intellettuale ne sa cogliere i segni e trasformarli in semantica diffusa.





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