DA DIO AL NULLA
- Gilberto

- 16 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Partendo dall'osservazione dell'inesplicabile, fosse il cielo stellato o il terremoto, l'immensità del mare o l'esplodere del fulmine, l'umanità si rifugiò nel divino e a molti dei attribuì il potere del sole e del vento, della fioritura e del raccolto.
Persino le proprie passioni l'uomo attribuì agli dei.
E mentre il sogno era interpretato come il linguaggio segreto con cui il divino e l'inconoscibile comunicavano con gli uomini, iniziarono questi a porre in relazione l'apparente armonia del creato con il necessario equilibrio nelle relazioni umane giungendo a formulare l'ipotesi per cui la geometria apparente dovesse divenire regola sociale.
L'inesplicabile divenne allora osservatore e giudice, non Creato ma creatore, esterno e separato, vigile e ossessivo nel dettare le proprie regole e condizioni sino a che gli umani attribuirono al bisogno il livello valoriale, alla pratica necessità l'empireo della morale.
Un dio esclusivo e plenipotenziario capitanato da un manipolo di esegeti assunse il potere nobilitando l'umana idea alla divina somiglianza e costringendola parimenti alla colpa perenne, al peccato irredimibile, al battersi il petto e cospargersi il capo in causa del proprio essere naturale, al desiderio che unico consente il vincere sul tempo.
L'albero inviso del primo giardino fu quello della conoscenza e il peccato semanticamente assunse il medesimo logos nel conoscersi reciproco dei sensi.
Così, ad occhi chiusi, precipitanti nel precipizio dell'ignoranza superstiziosa, circondati da spiriti e tremori, impregnati dal terrore dell' ardere eterno affrontammo secoli e generazioni negando persino l'esplorare, il rovistare, lo scoprire, temendo gli esegeti del dio che Prometeo donasse all'uomo il nuovo fuoco del sapere mentre lo stesso dio orientava le scelte dei potenti, prediligeva i vescovi di roma e benediva gli imperi che nel suo nome massacravano l'infedele.
Prometeo giunse regalando la ragione, la pila, il vapore e il calore, e nell'incredulità totale di chi nell'inaudito si ostinava a credere si affermò l'origine delle specie, la naturità dell'uomo, la sua tracotanza e presunzione per nulla confermata dalla ratio e sul lettino viennese qualcuno scopriva che il sogno non è divinatorio ma simbolo sì del proprio disagio.
La ragione, non più dea ma alleata, scioglie l'argilla del monumento umano, ne ridisegna i contorni, configura le sue possibilità, esalta l'individuo per ciò che è e che dimostra e con questo afferma una nuova e diversa e rinnovata morale che è contratto sottoscritto e non imposizione, che non domanda il capo chino e coperto, il volto velato o il digiuno forzato, che governa l'uomo per l'uomo nella dialettica della materia umana, che non confonde bisogno con valore, che non disegna confini se non quelli limitati del sapere attuale.
La ragione abbatte dogmi e certezze e ispira il dubbio perché solo nel dubbio c'è domanda, antitesi e progresso, e diviene ragion meccanica e silicea potendo questa moltiplicare all'infinito l'indagine sul sapere trascinando l'uomo, la parte migliore dell'uomo, verso il destino che si vuole attribuire d'esplorazione, di conoscenza, di riproduzione.
Con la ragione l'uomo s'è finalmente fatto dio di se stesso.





Commenti