MI FIRMAVO STINTO GRASS
- Gilberto

- 13 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Mentre la fisica quantistica trasforma l'individuo in “evento” le dinamiche relazionali sradicano l'idea identitaria moltiplicando le possibili personalità soggettive.
A quanto pare, stando alle più correnti interpretazioni della fisica quantistica, le forme di vita altro non sono che “campi di energia”, vere e proprie variazioni sul tema più generale dell'organicità, soggette ai principi della termodinamica che spiegherebbe l'eccezionale dinamismo infantile e la declinante energia senile. Saremmo, noi viventi, puri “eventi”, increspature del torrente esistenziale che vengono poi assorbite nel maestoso fiume della vita collettiva per sfociare in un mare che disgrega e ricompone a suo piacere o casualmente gli elementi.
Detta così la Vita è certo misteriosa ma assai poco gratificante, ma il peggio deve ancora venire.
Ricordate quel Vitangelo Moscarda protagonista del pirandelliano “Uno, nessuno, centomila”, quello che non poteva vedersi vivere allo stesso modo in cui l'occhio non vede se stesso?
Moscarda Pirandello affermava l'impossibilità soggettiva del conoscersi, esperienza resa possibile solamente agli osservatori che, osservandoci dall'esterno, sono forse maggiormente in grado di riconoscere, conoscere e affermare il nostro essere, o meglio il nostro temporaneo apparire.
Un apparire, si noti, reso inafferrabile e inaffidabile a causa degli stati d'animo, dell'umore, delle esperienze che modificano sia il percepire dell'osservatore che l'apparire dell'osservato in un continuo e altalenante fluttuare percettivo.
Così, proseguiva Moscarda Pirandello, persino le radici familiari risultano inconsistenti e irrintracciabili se non nella medesima relazione che unisce il seme all'albero, e il nome individuale, nome per noi scelto da altri in tempi per noi remoti, altro non è che una gabbia che trattiene le nostre molteplici espressività, le centomila personalità che possiamo non solo interpretare ma pienamente vivere.
Le personalità instabili
Ai tempi in cui mi occupavo di formazione aziendale domandavo ai discenti “chi sei?” invitandoli a riflettere su se stessi disancorando l'idea di sé dall'anagrafe e dal curriculum.
Il risultato, ripetuto per un buon decennio, era spettrale definendo ognuno la difficoltà estrema, quando non l'impossibilità, nel definirsi.
Messi al mondo senza averne fatto richiesta, nominati con processi anagrafici o battesimali insostituibili nell'arco dell'intera esistenza, orientati dall'ambiente originario, dalla lingua e dalla cultura, dalle tradizioni e dalle raccomandazioni educative, gli individui hanno del proprio sé la medesima ignoranza che attribuiscono al proprio corpo, alle funzioni degli organi interni, alle attività degli oltre seicento muscoli, alle articolazioni, al funzionamento del pensiero e del linguaggio. L'ignoranza relativa a se stessi è praticamente totale e altrettanto universale.
Ancoraggi di salvezza divengono allora il nome, il lavoro, il ruolo e, a volte, la famiglia, gli affetti o la nazione, elementi terzi rispetto al sé che servono a descrivere il recinto all'interno del quale l'individuo agisce e percepisce.
Agli occhi di ognuno è il diverso atteggiamento che assumiamo in mutate circostanze, in ambienti diversi, in relazione a persone note o ignote, gradite o meno: in ogni occasione assumiamo una modalità identitaria differente.
E se il fenomeno è usuale e corrente nella vita relazionale “fisica” e tradizionale, ecco che diviene esplosivo se il mondo relazionale si espande nella rete.
Il vantaggio psicologico della rete
Se Vitangelo Moscarda lamentava la fissità del nome e la sensazione coattiva dello stesso, la rete consente di assumere diverse modalità dell'essere, sfaccettature identitarie, aspetti della personalità a cui è persino possibile attribuire una specifica nomenclatura.
Consente inoltre di raccontarsi come raccomandava Garcia Marquez che non nelle vicende in quanto tali ma nella modalità rappresentativa delle vicende stesse indicava il segreto del pieno Vivere, la vera fascinazione esistenziale.
Io stesso, per un periodo non breve, da qualche parte mi firmavo Stinto Grass ironizzando sul nome di un regista che non apprezzavo e produceva sguaiate e volgari opere di pornografia popolare: apprezzando l'Eros e cercando di attribuire allo stesso forme visive capaci d'Arte la scelta adulta, responsabile e cosciente del nome d'arte mi parve coerente col significante attribuito, se pur condito di forse eccessiva ironia.
Nome omen
Il nome, la denominazione, dovrebbe sempre essere libera, seguendo le fasi variabili dell'esistenza, soprattutto oggi in un mondo che della variabilità, e a volte della precarietà esistenziale, fa tesoro.
Il nome permanente poteva andare bene nella società arcaica, agraria o pastorale, in società statiche in cui l'attività assunta da giovani permaneva per l'arco esistenziale, ma nella società del terzo millennio in cui il divenire è permanente e il modificare forma e struttura e linguaggio in un nomadismo gratificante è arte doverosamente spendibile, forse anche il nome dovrebbe poter essere modificabile rendendolo adeguato alla rappresentazione di sé.
La rete, consentendo di adeguare azioni, visibilità, relazioni e funzioni al proprio costante divenire rappresenta allora una possibilità psicologica di carattere liberatorio e ancor prima libertario.
Personalità e disappartenenza
Col cambiare degli atteggiamenti, dell'età, dei ruoli e delle relazioni, cambiano inevitabilmente le forme della rappresentazione della personalità e le appartenenze relazionali, anch'esse ad oggi definite sulla struttura di un arcaismo sociale, di una staticità sistemica ed economica, in palese fase di estinzione.
Che dire allora dell'affettività se non che le relazioni contrattualizzate meglio sarebbero definite a tempo determinato e rinnovabile piuttosto che nell'auspicio sempre meno plausibile della perennità? Può un soggetto libero e gratificato dalla propria pluralità espressiva e identitaria definire un'appartenenza immodificabile e permanente?
Può una generazione nata digitalmente nomade riconoscersi nelle clausole restrittive delle epoche precedenti?
Non è forse da quel limite imposto che nasce la fuga dal “reale” e l'approdo di Hikikomori e dei suoi emuli ad un “virtuale” reso permanente?
Noi, eventi organici a base carbonica fortemente adattativi e immaginativi, possiamo esprimerci solamente liberando gli spazi delle reciproche creatività identitarie, delle personalità alternanti, nella fluidità più ampia dell'eclettismo.
Ogni forma restrittiva, ogni tentativo di definizione permanente, diviene limite potenzialmente distruttivo, certamente nevrotizzante.
Se un'economia basata sulle dinamiche della Rete Internet è destinata a modificare la struttura sociale, così come da ogni parte si assume, diviene evidente la necessità di adeguare i modelli educativi, conoscitivi, funzionali e relazionali alla nuova forma “libertaria”, o meglio destrutturata, che la società assume, attribuendo ai singoli individui un'estensione illimitata delle attribuzioni soggettive e delle relative personalità rappresentative. Incluso il proprio nome.
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La tua riflessione tocca un tema importante del pensiero contemporaneo: oggi l’identità non è più vista come qualcosa di fisso, ma come qualcosa che cambia nel tempo e nelle relazioni.
Detto questo, è importante distinguere tra l’idea che il soggetto non sia una realtà rigida e l’idea che non esista proprio un’unità della persona. Avere più aspetti di sé non significa essere “spezzati” o senza continuità, ma avere una identità che si costruisce nel tempo, come una storia che tiene insieme parti diverse.
In questo senso, la persona non scompare, ma cambia e si adatta continuamente. Il nome, il ruolo e le etichette sociali non sono gabbie fisse, ma strumenti che usiamo in momenti diversi della vita.
La rete, più…