SE IL MINISTRO SI CREDE VATE
- Gilberto

- 27 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Sterile e politicamente infantile la polemica avviata dal Ministro Giuli verso gli intellettuali disallineati: sterile in ambito filosofico e infantile nella semantica.
L'affronto sarebbe dovuto ad un'affermazione di Marcello Veneziani, a mio avviso corretta, secondo cui l'attuale “destra politica di governo” non sia in grado di esprimere un pensiero capace di divenire impronta politica, principio attivo della Storia.
Veneziani, con cui in un decennio precedente condivisi il ruolo di relatore in un'assemblea veronese, ha il grave torto di essere un filosofo e un intellettuale: per essere filosofi non basta disporre di laurea relativa e per essere intellettuali bisogna in primo luogo percepirsi liberi se non addirittura libertari,comunque disallineati. La laurea conferma la conoscenza della Storia filosofica, non la capacità di sviluppare un proprio pensiero, e l'allineamento impedisce la libertà per cui è aborrito.
Al filosofo non sfugge che “destra” e “sinistra” sono categorie semantiche di riferimento ai figli di uno stesso padre, l'idealismo di Hegel, e di una stessa madre, la società capitalista ottocentesca.
Figli ottocenteschi che hanno generato mostri affini e solo apparentemente contrari, eredi del medesimo spirito anticapitalista (o meglio anti-plutocratico), centralista e statalista per i quali prima viene lo Stato e in ultimo il cittadino che dello Stato è servitore.
Fascismi e comunismi hanno medesima matrice: la differenza la fece Lenin aggiungendo al comunismo un pizzico di confucianesimo, di totale immersione del cittadino formica nel formicaio sociale.
All'intellettuale non garba, se vero intellettuale, l'essere categorizzato o incasellato, o definirsi di supporto o sistemico a qualsivoglia potere. Vale per Veneziani come per Carditi, valeva per Gaber come per Pasolini, per quanto il potere tenti sempre di agganciare alla propria orbita il pensiero di chi esprime un'opinione, di chi è in grado di proporre una riflessione.
Negli anni passati il potere sollecitava artisti di varia natura su tematiche ecumeniche quali libertà, diritti e uguaglianza, a volte male interpretando i pensieri autoriali, ad esempio confondendo il mistico Dylan con il protestatario di strada, i libertari De Andrè e Gaber con sodali di partito da che gli stessi affermavano con forza i valori libertari impliciti nelle ecumeniche tematiche.
Oggi il clima è differente e non si scorge nell'esecutivo un'idea di società che non sia pertinente allo smantellamento del pregresso: non si individua un pensiero costruttivo, un obiettivo, un'idea sociale ma piuttosto la grande Controriforma che rigetta i recenti progressi nei diritti dell'eguaglianza, dell'accoglienza, dell'emancipazione e della pace.
È politica di distruzione e smantellamento, non di costruzione. È una politica che ha rinnegato se stessa, le mille promesse e i propri valori, non diversamente da come Sartre descrisse la politica pratica nel “le Mani Sporche”.
In assenza di una “visione” tanto politica che sociale come può esistere una “cultura” di riferimento?
Così alle giuste osservazioni espresse dagli Intellettuali, il ministro replica declinando un linguaggio desueto, da pioggia nel pineto, patetico nel tentativo di definirsi aulico, da Vate incartapecorito, linguaggio che torna a calpestare le stucchevoli orme del nemico interno, del fuoco amico, dell'escluso dal cerchio magico colmo di livore rivendicativo.
Pensi piuttosto il ministro a sviluppare Cultura, a immaginare la nuova architettura rappresentativa del potere in corso, a definire le qualità dei cittadini di domani, che sono queste le armi della cultura, non le passerelle su rossi tappeti.
Allora troverà, lui e il suo governo, la solita scorta di compiacenti e scodinzolanti ma fino a quando non saprà tracciare il percorso di una nuova cultura collettiva e sociale eviti ramanzine e rampogne a chi non può, per definizione, allinearsi né potrebbe comunque farlo in assenza di un adeguato modello.





Commenti