Possiamo vivere di retorica ?
- Gilberto

- 27 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Fanalino di coda in area OCSE come nella UE l'Italia economica non si sblocca, ma persiste a bearsi nella retorica della Grande Bellezza, come se essere “Poveri ma Belli” rappresentasse un titolo di merito. Il fatto è che col passare del tempo la bellezza scompare e la povertà rimane...
In Cina si producono oltre 10mila robot umanoidi all'anno, e robots umanoidi sono stati utilizzati per accogliere il cancelliere tedesco Merz ad Hangzhou durante la visita in corso in questi giorni alla Repubblica Popolare.
Città futuristiche, sistemi di trasporto per noi fantascientifici, pagamenti effettuati con la palma della mano anche nelle edicole, spettacoli notturni operati con droni: chiunque disponga di un accesso alla rete ha potuto osservare attraverso i social i modelli innovativi di architettura, urbanistica e di produzione industriale che caratterizzano l'Oriente e, in parte, gli Emirati Arabi.
La crescita economica, altrove, è ancora prossima alla doppia cifra.
Qui, invece, siamo allo zero virgola, e facciamo finta che vada tutto bene.
La Retorica del Vino e il Museo Italia
Finalmente il vino italiano ha conquistato il mondo!
Peccato che la generazione Z, quella che sarà trainante per l'economia nel prossimo lustro, abbia ridotto drasticamente i consumi di vino optando per altri tipi di consumi alcolici o, più marcatamente, per forme meno onerose di narcolessia che sostituiscono l'etilismo precedente.
Mentre il Vino di qualità dovrà necessariamente diventare un consumo di lusso di una nicchia determinata, l'Italia, privata della sua industria da processi politici demenziali che hanno consentito la delocalizzazione in obbedienza ad un non meglio definito globalismo, punta la fiche del suo destino economico su un Turismo che ingessa l'esistente, che definisce il passato come permanente e se diffuso e generalizzato rischia di compromettere qualsiasi possibilità di futuro.
Pretendere che ciò che può andare bene per economie territorialmente definite, Venezia, Firenze, Siena, le Cinque Terre o Roma centro, diventi lo standard nazionale in nome di un auspicato turismo diffuso e distribuito è una sciocchezza senza pari, prontamente messa in discussione dalla nuova capitale del turismo italiano, Milano, che riesce ad aggregare in un unicum tanto la tradizione culturale quanto la modernità urbanistica e commerciale.
Ma Milano è una mosca bianca. Sul resto dell'Italia incombe la retorica della conservazione, del mantenimento, del recupero (a tutti i costi!) di borghi abbandonati che furono abbandonati perché non davano prospettive di sorta (non fu a causa di una pestilenza manzoniana, ma per criteri di economia e sopravvivenza), una retorica di impronta museale che ricorda da vicino quel neorealismo cinematografico degli anni '50 che proclamava l'italiano povero ma bello, senza aggiungere che con il tempo la bellezza scompare e la povertà rimane, e spesso si aggrava.
Un cambio di passo
I giovani se ne vanno, e fanno bene: qui non avrebbero niente da fare e se trovassero qualcosa da fare sarebbero sottopagati per farlo.
L'artigianato langue, il commercio al minuto scompare, dell'industria si è già scritto, le PMI sono strangolate dai costi energetici, la robotica mira a sostituire la manodopera e l'IA penetra nei gangli del terziario: cosa dovrebbero fare i ragazzi se non cercare altrove le opportunità che qui non si danno?
Nello scorso ventennio le nostre università hanno sfornato migliaia di laureati in Scienze delle Comunicazioni, ridotti al silenzio o a postare compulsivamente nei social nelle decadi successive alla laurea perché ormai la comunicazione fa capo a Chat GPT e consorelle, il che spiega l'effluvio di veline che sommerge le redazioni di giornali e periodici.
Nel presente molti studiano un'Economia che non c'è più e un Commercio che si è trasformato, altri una Giurisprudenza lontana secoli luce dalle competenze necessarie nel trading planetario, ma nelle prospettive politiche non mi pare siano alle viste trasformazioni dei modelli di studio, né se ne individuano all'interno di Atenei e Accademie che tirano a campare grazie al valore legale del titolo di studio, prevalente rispetto all'utilità effettiva della formazione erogata.
Il quadro non potrebbe essere più desolante.
Il cambio di passo, quindi, non può che derivare da una crisi profonda, uno chock strutturale che costringa, come accadde nel secondo dopoguerra, a ricostruire dal nulla. Diversamente, se aspettiamo le buone intenzioni (che mancano) e una burocrazia che le soddisfi (inimmaginabile) non possiamo che proseguire nello sprofondare nelle sabbie mobili in cui ci siamo, collettivamente, cacciati.
Riprendiamoci il futuro!
Lo scriveva Majakovskij e forse dovremmo fare nostro quel suo motto. Il poeta affermava la necessità rivoluzionaria, io mi limito nei desideri a qualcosa di meno sanguinoso ma altrettanto capace di determinare il cambiamento.
O assumiamo, quindi, il neoliberismo di impronta statunitense come elemento capace di avviare il volano economico di cui abbiamo ferocemente bisogno, o, al contrario, puntiamo dritti su un dirigismo statale di impronta cinese.
Nel primo caso vincoli minimi devono essere messi alla libertà d'impresa, a partire dai nodi burocratici per impiantare attività produttive; nel secondo caso serve una dirigenza politica che abbia ben chiaro il futuro che vuole costruire e le modalità di supporto organizzativo necessarie per raggiungere quell'obiettivo.
Temo, ma sono pronto a ricredermi, che vie mediane rischino di compromettere le possibilità che l'uno dei due modelli potrebbe offrire.
Quello che è certo è che non possiamo immaginarci come Nazione Museo e che di solo turismo non vive nessuno.
Dovremmo, probabilmente, tornare a fare ciò che sapevamo fare molto bene: acquistare semilavorati e vendere prodotti finiti, e in questo senso la posizione strategica nel Mediterraneo si dimostrerebbe fondamentale non solo per definire la penisola come Hub Logistico al centro di un esteso quadrante economico, ma per ridare spinta produttiva alle competenze e capacità nazionali puntando, questa volta su applicativi tecnologici
Al momento, però, anche su questo argomento viviamo di retorica.





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