LA PAZIENZA DI ANKARA
- Gilberto

- 20 mar
- Tempo di lettura: 2 min
Tra e numerose incognite scatenate dalla nuova guerra del Golfo la posizione della Turchia potrebbe risultare risolutiva. Nel bene e nel male, si intende.
C'era una volta l'Impero Ottomano. E non sono pochi coloro i quali accarezzano un ritorno di quell'Impero in tempi in cui la logica politica si basa su un rinnovato confronto imperiale.
Da decenni, in particolare dall'abbattimento del regime di Gheddafi in Libia, la Turchia guarda al medio oriente con l'ottica di una nuova affermazione, di una riduzione ai minimi termini del progetto di un Grande Israele, di un controllo islamico democratico sull'intera area, all'interno di un clima che da caldo si fa arroventato per divenire incandescente nel confronto con altri aspiranti alla primazia regionale, a partire dall'Arabia Saudita.
Il vaso di Pandora
Il Vaso di Pandora medioorientale è stato aperto e ora gli attori meditano sul da farsi, certi solamente del fatto che questa guerra è destinata a cambiare strutturalmente gli equilibri di potere e buona parte degli assetti economici non solamente territoriali.
I bombardamenti di Teheran sulla produzione energetica in disponibilità occidentale definiscono una tattica geopolitica favorevole ai BRICS: l'indebolimento energetico occidentale potrebbe definire una nuova situazione di dipendenza europea dall'offerta energetica russa (o algerina o azerbaijana), mentre il prolungamento dell'azione bellica indebolirebbe politicamente gli USA di Trump e finanziariamente Israele, riproponendo all'intero mondo islamico la questione palestinese.
Attori e Scenari
L'Arabia Saudita è palesemente in sofferenza, combattuta tra l'antica aspirazione wahabita alla primazia regionale, primazia che include la guerra al Piccolo Satana ebraico, e la nuova politica economica fatta di aperture all'occidente e di prossimità al Patto di Abramo.
Su questa debolezza saudita può affermarsi la politica di Ankara, sempre che decida da che parte orientare la potenza di fuoco del suo esercito, il secondo per importanza all'interno della NATO: se decidesse di affermarsi in termini di primato regionale Erdogan dovrebbe sposare, almeno formalmente, la causa religiosa e proporsi come liberatore regionale dal neocolonialismo cristiano occidentale, strategia che lo avvicinerebbe sensibilmente a Mosca e consentirebbe di avviare una sorta di laicizzazione di un Nuovo Iran post bellico.
Diversamente Ankara potrebbe scegliere la via breve di supporto militare all'azione statunitense e israeliana, proponendosi all'occidente come garante di un controllo macro regionale che garantirebbe alla Turchia un'influenza estesa sull'intero arco medio orientale, dal Pakistan alla Cirenaica libica.
Il ritorno dell'Impero
Al momento Ankara morde il freno, forse ponendosi in posizione di attesa per valutare le eventuali convenienze derivanti dall'andamento bellico.
Quello che è certo è che qualsiasi sia la posizione che assumerà, la Turchia dispone della possibilità di affermarsi come potenza se non egemone almeno primaria su una scala regionale che va dal Mediterraneo all'Oceano Indiano, rendendo l'ipotesi di un ritorno all'Impero Ottomano un progetto possibile, e non si tratta di un semplice miraggio bensì di una concreta opportunità.





Analisi molto interessante e piena di spunti
Fa riflettere soprattutto il ruolo della Turchia, che sembra davvero in una posizione chiave in questo momento così delicato.
L’idea di un possibile ritorno a una logica “imperiale”, richiamando l’Impero Ottomano, è affascinante ma anche un po’ inquietante, perché significherebbe un cambiamento profondo degli equilibri mondiali.
Sembra proprio che, più che certezze, oggi ci siano tante strategie in attesa… e molto dipenderà dalle scelte che verranno fatte nei prossimi mesi.