MORIRE PER AVIDITA'
- Gilberto

- 15 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Esiste una consistente differenza tra “giusto compenso” e “speculazione”, ma a quanto pare l'Avidità è oggi al centro dell'economia e in suo nome si è pronti a sacrificare le Vite altrui.
Non contesto le attività economiche bensì l'eccesso speculativo.
Non metto in discussione i fondamenti dell'Economia, ma ne chiedo la subalternità alla Politica e alla Legge.
Non discuto affatto il giusto compenso dell'Imprenditore ma contesto duramente la speculazione.
Così come nel credito esiste una differenza precisa tra “interesse” e “usura”, allo stesso modo deve essere chiara la differenza tra Profitto d'impresa e Avidità dell'Imprenditore.
Troppi morti sul lavoro, una media di tre vittime al giorno, segnalano la superficialità e la trascuratezza in materia di sicurezza e formazione.
Una tensione al ridurre i costi per moltiplicare i Profitti anche a scapito delle esistenze dei propri collaboratori.
Se si trattasse di semplice ignoranza si potrebbe persino comprendere, ma quasi sempre il non rispetto delle norme driva dalla volontà dell'imprenditore di lucrare su ogni elemento possibile ed è superfluo ricordare come la terribile strage di Capodanno sia figlia di questo banale meccanismo che ha un solo nome: Avidità.
Non discuto il modello capitalista in quanto tale e riconosco il diritto dell'imprenditore di compensare adeguatamente il proprio rischio d'impresa.
Non apprezzo certamente altri modelli economici in cui il Padrone è lo Stato, che quasi sempre si è dimostrato tra i peggiori padroni possibili.
Ritengo però debba esistere, e si possa applicare, una modalità economica capace di contenere in sé le aspettative dell'uno, l'imprenditore, e le motivazioni dell'altro, lo Stato e le sue regole.
Per questo affermo che l'economia non deve e non può prevalere sulla politica, come oggi accade nei sistemi economici a capitalismo elevato, dove il neoliberismo afferma forme di tecnocapitalismo indifferenti alla società e all'umanità.
Deve essere la politica ad orientare l'economia in coerenza della visione strategica dell'area amministrata e deve essere la politica ad affermare, e fare rispettare, le regole fondamentali di quella collaborazione tra imprenditore e dipendente senza la quale collaborazione l'impresa, semplicemente, non è.
Serve un ritorno allo Stato di Diritto, alla riaffermazione dello Statuto dei Lavoratori conquistato negli anni '70, al rispetto delle condizioni di lavoro, degli orari e degli standard di sicurezza.
Serve abbattere il sistema della precarizzazione che indebolisce la forza lavoro e la rende succube dell'avidità imprenditoriale.
Serve un ritorno al riconoscimento del lavoratore come essere umano nella sua piena dignità.
Però,come sempre, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Cosa accade quando la politica è essa stessa corrotta e suddita dell'avidità?
Cosa accade quando i gangli del potere politico e burocratico non intervengono a favore del territorio amministrato e della popolazione se non dietro compenso?
Cosa accade quando le municipalità rifiutano progettualità in quanto non accompagnate da relativa ripartizione economica, quando persino le associazioni datoriali operano con il precipuo intento di spremere gli associati in proprio favore piuttosto che essere ai loro associati utili?
L'Avidità, purtroppo, è divenuta padrona assoluta dei cuori e delle menti tanto di chi, imprenditore, per mestiere proprio presuppone e si orienta al profitto quanto di chi, al contrario, dovrebbe essere chiamato a calmierare l'avidità altrui divenendone, invece, da controllore complice.
Se così è, e purtoppo così appare, difficilmente il mutamento auspicato potrà essere gentile e graduale.





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