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L'ITALIA PROGRESSISTA E LA SCELTA CILENA

Immagine del redattore: Gilberto
Gilberto
4 ago
Tempo di lettura: 4 min


Mentre il governo raschia il barile in cerca di liquidità che non trova, mentre la povertà dilaga inducendo ad acquistare a rate anche i generi di prima necessità, all'orizzonte politico nazionale si profila una scelta “cilena” tra la speranza di un diverso mondo possibile e un governo di impronta militare.


Luglio, Agosto, Settembre nero suonavano gli “Area” di Demetrio Stratos cantando la Palestina di Arafat, e di Settembre nero in arrivo possiamo tranquillamente parlare oggi in Italia, in quel Paese in cui il Generale cresce nelle stime di orientamento di voto con una progessione apparentemente irrefrebanile, oggi oltre il 7,5% e in proiezione (stima dell'autore) al 12% per la prossima primavera, un valore che renderà imprescindibile il suo peso ad una cordata di centro destra che, facilmente, abbandonerà il centro per definirsi nella propria identità storica.


Un Allende possibile

Con salari fermi al potere d'acquisto di venti anni fa e un'inflazione reale che toglie la terra sotto ai piedi di salariati e pensionati; con una crisi industriale e produttiva, si pensi all'ex Ilva di Taranto e all'intera siderurgia, che non conosce tregua e non individua alcuna competenza ministeriale capace non di risolverla ma neppure di affrontarla; con una dipendenza energetica accresciuta grazie alla preziosa incompetenza del ministero delegato che di tutto ha fatto pur di frenare lo sviluppo delle rinnovabili rendendoci sempre più burattini asserviti al Mangiafuoco d'oltre atlantico; con una Scuola disfunzionale e decrepita, una Sanità sempre più privatizzata, con Comuni sotto capitalizzati e resi incapaci di fornire i servizi dovuti, con una politica fiscale incoerente e poco allineata al dettato costituzionale della progressività, dobbiamo domandarci se una diversa economia sia possibile, se una diversa politica economica sociale sia realizzabile e, nel caso rispondessimo di sì, a chi competa il ruolo di interpretare la figura dell'Allende italiano.

Potrebbe essere Schlein, attorniata da correnti e sottogruppi di interesse troppi dei quali acquartierati nei salotti buoni della finanza, delle assicurazioni e delle banche? Quando mai quelle lobby consentirebbero ad una pur impegnata Elly di rendere operativo un progetto alternativo alla politica economica corrente?

Potrebbe essere Conte, autoproclamatosi progressista ma non necessariamente di sinistra, genere ambiguo e camaleontico d'avvocato capace di governare tanto con i leghisti quanto con i sedicenti socialisti così come con i massimi esponenti della finanza internazionale?

Potrebbe essere altri, a partire da Fratojanni, forse ultimo esemplare di una specie in via d'estinzione che a volte si esprime per bocca di qualche Santoro o di qualche Cacciari, gente che si ascolta con commozione, un po' come quando ci si racconta della propria dispersa gioventù?


Un'alternativa è possibile?

È possibile, allora, un'alternativa all'impero delle Lobbies, delle mafie che riciclano immensi capitali in attività produttive, che trasformano lo skyline metropolitano grazie al super business dell'edilizia, che abbattono il diritto del lavoro richiamando e trasferendo migliaia di miserabili pieds-noir immessi a zero diritti e due euro all'ora nel mercato del lavoro?

È possibile reclamare il diritto ad una nuova diplomazia dialogante che si insedi al posto del conflitto permanente?

È possibile affermare la dignità del lavoro e del salario senza il timore di una slavina occupazionale fatta di cessazioni e delocalizzazioni?

Abbiamo o non abbiamo la possibilità di affidare all'intelligenza artificiale lo snellimento della burocrazia e degli apparati tutti per disporre di servizi efficaci ed efficienti o dobbiamo mantenere eserciti elettorali che frenano il possibile sviluppo del Paese sovvenzionando in qualche modo strutture sindacali ormai solo in grado di provvedere a se stesse e non certamente ai lavoratori?

Sarebbero possibili questi argomenti con un rinnovato governo progressista?

O siamo ormai troppo prigionieri degli interessi incrociati dei mercati finanziari, dei mondi obbligazionari, dei capitali immessi nelle privatizzazioni che reclamano e esigono guadagni, nelle miliardarie politiche delle armi e delle guerre, nei ricatti energetici e daziari imposti anche grazie alla presenza militare sul nostro territorio da queli che si vorrebbero alleati?

Ci siamo spinti troppo in là, e troppo in profondità, nel gioco delle appartenenze per chiamarci fuori anche per un respiro, per individuare un diverso metodo, una possibile alternativa di governo?

O rischiamo, come temo si rischi, che al primo accenno di ribellione i tassi esplodano, il debito si moltiplichi, i mercati ci affossino e il prezzo del gasolio diventi inavvicinabile fermando i camion come avvenne in Cile e con i camion impedendo approvvigionamenti e scorte, impennando i prezzi e affamando i meno abbienti?

O rischiamo che per fermare le inevitabili ripercussioni scenda in campo un qualche generale che manu militari riaffermi l'ordine e il silenzio sostenuto senza infingimenti e mascherature da chi oggi sostiene una deriva capace di porre fine all'Europa dei diritti, delle norme e dei vincoli che tanto poco piace al neoliberismo tecnologicamente avanzato?


La scelta

Se lo crediamo, se lo riteniamo possibile, allora votiamo, partecipiamo, assediamo i gazebo di richieste e domande, ma se la risposta rimane sospesa, se temiamo di non disporre di credibilità ed energie sufficienti, o di persone capaci di farsi carico dell'inevitabile guerra guerreggiata con le potenze economiche a tutti note, allora evitiamo la farsa, risparmiamoci la sceneggiata.

Apriamo il campo al centro, issiamo a bordo i Renzi, i Calenda e persino i Tajani con tutta la truppa e rinnoviamo i fasti della Democrazia Cristiana dando colpetti al cerchio e, quando serve, alla botte, mantenendo una rotta di sopravvivenza fedeli al detto di Andreotti che affermava meglio fosse il tirare a campare che il tirare le cuoia.



1 commento


Linda
04 ago

Credo però che il problema dell’Italia non sia soltanto trovare una persona o un partito capace di cambiare il Paese, ma anche capire se il Paese sia pronto a cambiare.

La politica è sicuramente una parte fondamentale della soluzione, ma la politica è anche lo specchio della società che la esprime. I rappresentanti che abbiamo al governo non arrivano da un altro pianeta, sono scelti dai cittadini e, nel bene e nel male, riflettono il livello di consapevolezza, partecipazione e cultura civica del popolo.

Il vero cambiamento forse dovrebbe partire anche dal basso,( ma è utopia )da una società più informata, più curiosa, più interessata al proprio futuro. Oggi troppe persone vivono la politica come qualcosa di lontano, si interessano…


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