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CONSENSO & PREGIUDIZIO

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Il valore della reputazione e dell'immagine nella competizione politica italiana.


A margine di un mio recente articolo relativo all'offerta politica, tutta da capire, in capo a Futuro Nazionale rilevavo come i commenti non fossero indirizzati alla questione della politica, ovvero dei termini della conduzione economica, dell'orientamento industriale o della visione strategica in materia di istruzione, di ricerca e sviluppo, bensì a favore o contro l'immagine del Generale e del suo braccio destro onorevole Pozzolo. In particolare su quest'ultima si concentravano i commenti affermando a gran voce la prevalenza del pregiudizio reputazionale rispetto alla qualità politica.

Occorre allora una qualche riflessione.

Pochi ricordano che Cavour, spinto da rivalsa apertamente massonica, sequestrò a favore dello Stato tutti i beni della Chiesa: oggi un'azione simile darebbe la stura a ribellioni infinite, ma a quel tempo il Vaticano era un Paese ostile e Cavour è presente nell'intera toponomastica nazionale insieme a quel brigante, terrorista e golpista di Garibaldi. Sic transit gloria mundi.

Dopo Cavour, a fine secolo, troviamo un certo Crispi, notabile siciliano che mise a soqquadro i conti della Banca di Roma generando uno scandalo finanziario sensazionale.

Poi venne Mussolini, e di lui tutto o quasi si sa.

In democrazia giunse in Parlamento Ilona Staller, moglie dell'amico e collega Salvatore Mercuri (con cui condivisi un breve periodo professionale) che la sposò e traslò in Italia: Ilona prometteva libero amore in uno Stato governato dalla CEI attraverso la DC e il Partito Radicale fece il pieno di voti acquisendo un consistente bacino di elettori giovani che del bigottismo imperante non ne potevano più. Avesse schierato anche Moana forse Pannella avrebbe conquistato palazzo Chigi.

Poi ancora incontriamo i Nani e Ballerine del periodo craxiano e infine i bunga bunga berlusconiani, in un continuo altalenarsi non tanto di “idee e ideologie” in reciproco confronto quanto piuttosto di “persone e pregiudizi” laddove la presenza o l'assenza di pregiudizio definisce in buona misura l'eventuale consenso elettorale.

Con la scomparsa di Berlinguer e la caduta del Muro le ideologie sono scomparse, sostituite dal personalismo e, per conseguenza, dal pregiudizio al personalismo connesso.

Banalmente tradotto: chi dispone di un efficace ed efficiente “ufficio stampa e propaganda” capace di rendere popolare, amichevole e familiare il volto di un candidato ha eccellenti opportunità di conquistare il consenso.

Vannacci è diventato popolare di riflesso: talmente esposto e criticato dai “maitre-a-penser” del campo progressista è divenuto rapidamente beniamino dei conservatori senza neppure doversi dotare di un ufficio stampa e propaganda.

Meno bene va al suo sodale Pozzolo che di inciampi ne ha avuti un paio ma non adeguatamente supportati, rintuzzati e minimizzati da un ufficio apposito, rendendolo così pregiudizalmente esposto più al dissenso che al consenso.

Negli altri fronti della competizione ci sono le facce da bravi ragazzi di AVS, l'Homo Elegans dei 5 Stelle che fa un po' rimpiangere i descamisados che gridavano “Onestà Onestà” nelle piazze, quella vaga inconsistenza schleiniana, l'ironia pressante del Furbetto di Rignano, la laconica logica calendiana (talmente laconica che nessuno se lo fila), il piagnisteo selvaggio meloniano che non per inanità ma per malevole congiunzioni astrali non ha portato a casa una riforma che fosse una.

Tutti quanti ben più attenti ad affermare l'iconicità di sé stessi piuttosto che impegnati a presentare una piattaforma concretamente politica.

Il loro è un gioco sporco, quello di chi non avendo un mestiere si promuove politico professionista. Ma il loro sporco gioco si trasforma in concorso per “Mister o Miss Simpatia” che travalica la disputa elettorale che si vorrebbe politica e programmatica.

Così invece di entrare nel merito delle proposte si guarda la “reputation” del candidato, un po' come si sceglie un albergo controllando il giudizio medio su Trip Advisor invece di entrare nel merito dell'offerta e dell'ospitalità alberghiera.

Viene allora da immaginare che se ci si basa sulla pura reputazione allora certamente l'ipotesi che aleggia tra i progressisti di evocare la sindaca di Genova per Palazzo Chigi sia funzionale.

E non importa se disponga delle necessarie competenze a cui nel caso provvederà lo staff dell'esecutivo: basta che sia trainante, che disponga di un'immagine accattivante, che abbia una buona reputazione. Basta che faccia vincere le elezioni, che la politica, come il Paese, può aspettare.


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