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LA PANCIA E I MAL DI PANCIA

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 15 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

C'è una destra che sa parlare alla pancia dell'elettorato e una sinistra che vive i mal di pancia dell'intellettualismo e delle sottigliezze che allontanano l'elettore.


Capita per caso di leggere un Post di un giovane filosofo, personaggio noto a cui sono grato per aver redatto la prefazione a un mio libro. Il Post si sofferma sulle ragioni di Tony Negri e nella sua individuazione dell'ontologia capitalista in alcuni brani di Spinoza e di Cartesio.

Rimango perplesso: si tratta di un post apparso sul più celebrato social media, non di un articolo pubblicato da una rivista specialistica. Difficile pensare che il pubblico di quel social media abbia familiarità con Spinoza e Cartesio, tanto meno che ricordi la fugace e negativa apparizione di Negri nello scenario terroristico italiano.

È possibile, certo, che il giovane filosofo abbia mille ragioni: lui quelle cose le conosce bene, è capace di entrare nei meandri delle disquisizioni, ma come forse accade a molti tra coloro che affollano i palmari più che essere riconosciuto in forma di “intellettuale” temo esibisca l'antica malattia dell'intellettualismo, così tipica del mondo “gauchiste”, un mondo abituato a tritare ogni pensiero in intricatissimi distinguo con il solo scopo di affermare la propria intelligenza, anche se così facendo si allontana l'uditorio e si favorisce l'avversario.

L'intellettualismo è il padre delle frammentazioni, delle divisioni, degli scisma che da sempre caratterizzano la politica progressista.

Gli intellettuali recenti, i Moravia o i Pasolini, persino i Gaber per intenderci, esprimevano pensieri chiari, diretti: affermavano e affermando sensibilizzavano.

Poi agli intellettuali si sono sostituiti gli accademici, la chiarezza è scomparsa e la dialettica si è contorta fino a giungere ad un presente in cui l'autorevole segretario del maggior partito progressista si esprime come si esprimevano le mie compagne di università negli anni '70, con lo stesso lessico, le medesime esternazioni ormai incapaci di smuovere alcnché se non la memoria di chi in quegli anni ascoltava gli slogan con un orecchio e le cariche della celere con l'altro.


Lessico famigliare

Così i progressisti imputano ai conservatori uno schema lessicale banale e superficiale, senza considerare il fatto che parlando alla pancia dell'elettorato i conservatori vincono le elezioni mentre con l'intellettualismo il campo largo diviene campo minato.

Un linguaggio parla alla pancia e vince, l'altro provoca mal di pancia e perde.

Sarà banale ma forse per affrontare le prossime competizioni politiche al progressismo farebbe bene tornare a scrivere Tazebao e volantini, a definire i problemi e urlare gli slogan necessari, ad occuparsi di massimi sistemi sociali e abolire l'intellettualismo e con quello il piagnisteo e il lamentificio d'ordinanza a cui l'intellettualismo proiettato e stampato ci ha abituato negli ultimi trent'anni.

Si vince cambiando linguaggio.

Si vince esprimendo con chiarezza idee piane e semplici.

Si vince parlando dei problemi e proponendo soluzioni.

Si vince generando emozioni, non pronunciando relazioni.


Il giovane e il vecchio

Il giovane filosofo, ad esempio, ha una faretra marxiana carica di frecce appuntite, potrebbe sgominare qualsiasi avversario in uno scontro dialettico basato sulla cultura, ma nel suo radicale teorismo come saprebbe affrontare la crisi dell'acciaio o la scomparsa della classe media dallo scenario produttivo?

E l'altro, il filosofo anziano, quello che ebbe il garbo di recensire positivamente un mio scritto sul declino del cristianesimo, ogni volta che gli viene domandato replica seccato sciorinando gli errori compiuti dalla sinistra terminando la concione, spesso agitata e nervosa, distinguendo se stesso da quei “loro” che alla sinistra che sbaglia appartengono.

Perché all'intellettuale appartiene anche la dote di individuare soluzioni, mentre all'intellettualismo preme l'affermare il sé pensante e narcisista.


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