QUELLA SUBDOLA VOGLIA DI REGIME
- Gilberto

- 1 giorno fa
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Capita che sia estate e che d'estate faccia caldo, non più caldo di quanto fossero le estati della mia gioventù, mezzo secolo fa. Ma del “caldo” è cambiata la percezione, allo stesso modo in cui è cambiata la percezione del “freddo” o della “neve” in inverno. Il fatto è che ormai si afferma come straordinario ciò che eccede, per difetto o per eccesso, la linea orizzontale della normalità.
Il fatto è che siamo diventati talmente abituati all'utilizzo nei nostri ambienti artificiali (casi e uffici) dell'aria condizionata a palla e del riscaldamento a livello equatoriale da reputare quasi come offensivo ciò che in natura non si adegua alle nostre attese, aspettatve e esigenze.
Siamo sempre più “innaturali” in termini di specie.
Questo incremento progressivo dell'innaturalità si manifesta apertamente anche nel contesto sociale in cui aggressività, tracotanza, maleducazione e violenza stanno assumendo modalità e forme sconcertanti e indicatrici di un nuovo “sentiment” diffuso soprattutto nelle nuove generazioni in cui il branco prevale sulla società e afferma la propria essenza nella violenza di gruppo anche nei confronti di individui singoli.
Siamo in presenza di forme di disappartenenza e irriconoscimento sociale dove la violenza appare come forma unica della soluzione dei contrasti e dei conflitti, e in cui la anche minima differenza di visione o di interpretazione definisce il pretesto per avviare il confronto fisico.
Le manifestazioni di quanto affermo sono non solo agli occhi di tutti nella cronaca quotidiana ma anche, ed è ben più grave, nei nuovi atteggiamenti della Politica internazionale in cui la forza ha preso il posto del diritto e il confronto si risolve a cannonate trascurando la possibile diplomazia.
Caldo, freddo, bianco e nero
Ciò che non è conforme alle attese è allora interpretato come ostile: che sia la termperatura, il clima o la società ogni elemento che sfora dalla sensibilità mediana diviene argomento di contestazione, di manifestazione muscolare e l'atteggiamento irrituale del singolo “diverso” diviene canone di anatema collettivo per tutto ciò che a quel diverso è simile e assimilabile.
Dal confronto tra diversità difficilmente assimilabili nasce quel sotterraneo desiderio di “regime” con il quale una parte della collettività vorrebbe portare atteggiamenti, comportamenti e azioni all'interno di un pacifico e educato modello relazionale, un modello basato sul rispetto personale, sull'accettazione, sull'educazione, sull'accettazione e condivisione delle regole, perché quello che spaventa maggiormente, oltre alla violenza gratuita e terribile, è l'ineducazione, quella maleducazione formale che manifesta implicita aggressività, disconoscimento dell'altro e dei suoi diritti.
Così un occidente spaesato riecheggia in forme e modalità differenti, ognuna coerente con la storia specifica di nazione e territorio, il desiderio di una nuova impostazione politica che si faccia garante del rispetto delle regole, dell'obbedienza alla “norma” definita dalla medianità dei comportamenti, degli atteggiamenti e delle attitudini.
Poco importa, purtroppo, se nella rete della “normalità” implorata ricadono anche elementi afferenti alla privacy più ristretta dell'individuo: la domanda di ritorno alla norma include l'abolizione di tutto ciò che eccede, che trasgredisce, che disturba il panorama dell'ovvio e del consueto.
Quello che si vorrebbe essere momento di manifestazione gioiosa e affermazione di un diritto acquistito diviene allora nel percepito pubblico volgare mascherata e oscena pagliacciata.
Quello che si vorrebbe intervento di accoglienza e asilo diviene inutile costo, sovvenzione sprecata, subdolo finanziamento per organizzazioni che contribuiscono allo sfacelo sociale.
Inevitabilmente l'etica lascia il posto al funzionale, la generosità viene sostituita dall'utilità e il desiderio sotterraneo di “regime” torna a manifestarsi come un fiume carsico rimasto invisibile per lunghi anni.





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