IL VOTO DEI DELUSI

Il successo di ADF in Sassonia rappresenta il ritorno alle urne dei delusi che negli ultimi anni avevano disertato le elezioni, e lo sconcerto manifestato dall'establishment è uno spettacolo ridicolo.
La Sassonia non è la Germania e la Germania non è l'Europa, ma il criterio sociologico che si definisce dal voto in Sassonia che ha portato alla schiacciante vittoria di ADF racconta un modulo che potrebbe replicarsi in tutti i contesti territoriali del vecchio continente.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo allontanamento di sempre maggiori strati di popolazione dalla pratica elettorale, variamente chiamato dalle diverse forze politiche ma generalmente apostrofato con il termine di “qualunquismo”.
Gli “indecisi”, però, non erano affatto indecisi: erano delusi.
Delusi da una politica che parla a se stessa e non affronta né risolve le questioni essenziali dell'occupazione, del reddito, della sanità e dell'istruzione.
Delusi da una politica che accetta supinamente il potere assoluto degli istituti finanziari, delle banche, del credito prossimo all'usura.
Delusi da una politica che non governa l'economia e accetta passivamente delocalizzazioni e dismissioni industriali.
Delusi da una politica che premia gli “integrati” e marginalizza i marginali.
Delusi da un apolitica che versa prebende e sussidi per gli ultimi arrivati e si dimentica di chi già era qui.
Delusi da una politica che non governa l'educazione e il rispetto, che irride al merito, che offre ribalte e piazze alla fluidità ma bastona chi richiede sicurezza e occupazione, tutela ambientale e partecipazione sociale.
Ora quella massa ingente di persone, vagamente valutabile attorno al trenta per cento della cittadinanza, individua la possibilità di percepirsi rappresentata nelle forze politiche emergenti che si collocano all'estremo della politica, non partecipando alla pastoia generale in cui ruminano le destre e le sinistre che sostengono l'economia finanziaria del grande capitale.
Avevamo assistito a qualcosa di simile ai tempi del Vaffa grillesco, una ventina di anni fa, e siccome “il potere logora chi non ce l'ha”, come disse Andreotti, chi raggiunse grillinamente il potere vi si sedette comodamente sopra dimenticandosi il perché fosse stato eletto.
Il Movimento di allora si definiva “oltre” i concetti di destra e sinistra mentre i movimenti attuali si collocano manfestamente nell'area della destra estrema, e questa collocazione spaventa l'establishment che in quella collocazione individua una reale ostilità di sistema, non semplicemente di etichetta.
L'estremismo, dai critici indicato come RossoBruno, ipotizza una Politica che controlli, indirizzi e governi l'Economia, e al modello attuale di neoliberismo anche solo l'ipotesi di essere controllato dalla politica genera reazioni violente quando non persino isteriche.
In quel di Cernobbio l'establishment finanziario europeo ha inviato il suo rappresentante più autorevole, quel Monti del “ce lo chiede l'Europa” che impose austerità e tagli pensionistici strizzando l'occhio alla Troika finanziaria globale e al Fondo Monetario Internazionale.
E Monti ha svolto il compito apostrofando di “fascismo” l'alternativa, ben sapendo che il fascismo delle origini si opponeva alle DemoPlutoCrazie, le apparenti democrazie governate da chi del Denaro fa professione.
Che il voto dei delusi confluisca o possa confluire verso gli estremi è cosa nota, ma oggi per gli estremismi politici si apre l'opportunità di divenire i catalizzatori della delusione come il caso della Sassonia illustra con chiarezza.
All'establishment attuale non resta che una cosa da fare per contrastare la crescita degli estremismi: tornare a fare politica e ad occuparsi delle necessità pubbliche governando un'economia sfuggita ad ogni controllo.
Diversamente quella che i quotidiani dell'establishment chiamano “onda nera” potrebbe tracimare dagli argini sommergendo l'Europa continentale, separandola dall'atlantismo per collegarla strettamente alla geografia, anche politica, euroasiatica.





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