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DILEMMI

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 18 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

Scrive l'amico Emanuele Cangini che “il sistema monetario e bancario è stato ideato e perfezionato nel corso di almeno tre secoli per permettere a chi lo possiede di estrarre dalla società, senza dare in cambio alcunché che abbia valore o costo di produzione, tutta la ricchezza reale e tutto il potere politico, e in più indebitandola. I nostri governanti, capi di Stato e giudici sono, consapevolmente o no, al servizio di questo meccanismo. Dunque tranquillamente possiamo trattarli come illegittimi.”

Le affermazioni di Emanuele, che non è un ragazzo di primo pelo che sbandiera velleità rivoluzionarie, ma un posato signore d'età che osserva l'osservabile, indicano che la nostra società vive all'interno di un sistema artefatto, anti-etico, passabilmente immorale, offerta al popolo nella forma e sotto l'apparenza di “democrazia economica”.

Uscendo però dal solco dell'etica generale per addentrarci nello specifico particolare non è superfluo osservare che quand’anche la guerra nel Golfo cessasse domani, cinque anni sarebbero necessari per ripristinare gli impianti e la loro funzionalità. Perciò stiamo per entrare, ci piaccia o meno, qualsiasi cosa ci venga spacciata per verità o meno, in una profonda recessione globale, che potrà essere usata per far accettare ai popoli una ristrutturazione delle libertà, dei consumi, degli apparati decisionali, delle strutture giuridiche, nel senso di imporre un governo tecnocratico a guida di intelligenza artificiale senza tante discussioni e possibilità di dissenso o resistenza: in una parola siamo alle soglie di una dittatura tecnologica orwelliana.

Questo è il vero obiettivo delle Potenze Imperiali, USA, Cina e Russia, che si dividono, sorridendo, il mondo e chi lo abita.


Ora, assumendo che queste poche righe contengano una parte di validità, siamo davvero disposti ad accettare tutto questo senza ribattere? Senza provare un moto di repulsione e disgusto? Accettando passivamente forme e modalità imposte e interiorizzate?

Ma soprattutto è a quel tipo di futuro e di società che abbiamo pensato per le generazioni che ci sostituiranno?

E se a queste semplici domande abbiamo risposto negativamente, cosa stiamo facendo per opporci?


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