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IL FETICISMO DELL'OPPOSIZIONE

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 6 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Cresciuto come sono nella Milano degli anni '70, quelli della contestazione più radicale, una contestazione violenta che attraversò l'intera mia adolescenza, non posso non rilevare come l'opposizione di allora e quella attuale condividano forme di linguaggio, modalità espressive, gestualità e linguaggi corporei. Ascoltare Elly Shlein e ripiombare nell'atmosfera delle assemblee studentesche dela mia gioventù è un atto identitario.

La contestazione degli anni trascorsi era anti governativa e antisistemica ma finì con l'assumere su di sé i modelli di comunicazione e di veicolazione del proprio messaggio caratteristici del sistema a cui si contrapponeva: si tradusse in quotidiani e periodici, in radio popolari e libere, in partiti organizzati che diedero la scalata all'odiato potere costituito mentre molti dei suoi leader scalavano i ranghi del potere economico, come affermati giornalisti o manager d'impresa.

In quel tempo lontano frequentavo alcuni contestatori, figli di persone (allora) multimilionarie, residenti in un centro cittadino inaccessibile e costosissimo, con tanto di servitù e autisti privati e mi domandavo quale fosse il nesso tra quella esibita agiatezza e il dettato politico auspicato.

Ne dedussi che l'elemento fondante altro non fosse che “la contemplazione della propria figura contestatrice e contestante” all'interno di una dialettica di contrapposizione generazionale che affonda nella mitologia che contrappone Zeus a Cronos.

Oggi, osservando la politica corrente, temo di poter affermare il confermarsi del medesimo feticismo politico, laddove il “feticcio” è il proprio sé contestatore, sorta di fusione tra feticismo delle merci di impronta marxiana e narcisismo patologico freudiano, un po' come accadeva in una canzone di Gaber in cui l'autore affermava di immaginarsi mentre leggeva Hegel e di essere affascinato “non da Hegel, naturalmente, ma dal mio fascino di studioso”.

Così nell'assenza ormai cronicizzata di ideologie che diano impronta essenziale alla politica, in un tempo governato dall'economia ossessivamente proposta dal neocapitalismo e fatta propria anche dalle opposizioni, risalta e si esalta il “feticismo” dell'opposizione, il fascino del proprio essere contestatore indipendentemente dalla proposta politica, spesso di minima determinazione.


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