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FRATELLI COLTELLI

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 26 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

La debacle referendaria apre una profonda crisi interna al partito di maggioranza relativa, in uno scontro che potrebbe portare ad un nuovo 25 Luglio e alla rimozione del “Capo”.


Non si dà pace la Premier. La sconfitta è bruciante e a lenire il dolore non bastano i capri espiatori sacrificati nell'ira del momento, immaginando che persino l'elettorato di destra, a volte, manifesti esigenze legalitarie.

Quella che si sta aprendo all'interno di FDI è una lacerante resa dei conti tra modelli diversi di interpretazione del potere, tra un sistema romano che fa capo alle sorelle Meloni e uno siculo lombardo il cui riferimento è l'avvocato La Russa (con relativo apparato famigliare), nessuno dei due, ad ogni modo, orientato allo sviluppo di un modello conservatore di impronta liberale.

Si tratta di due forme che prendono spunto da due periodi diversi del fascismo originale, l'uno orientato alla presa del potere con le maniere spicce e alla privatizzazione dello Stato, l'altro votato ad un'idea di Stato ragionevolmente sociale, che nazionalizzi imprese e destini.

Le due correnti conducono, davanti alla disfatta referendaria, ad un nuovo 25 luglio, alla notte del Grande Consiglio che affermò la destituzione del Capo e i coltelli si vanno affilando sotto ai tavoli dei rispettivi schieramenti.


Il caso Santanchè

Rappresentativo dell'andamento preso dagli eventi e dalle relazioni è il caso delle forzate dimissioni dell'ex Ministro del Turismo, dimissioni segnate da un “Obbedisco” di garibaldina memoria, non segno di accettazione o subordinazione ma piuttosto atto anticipatorio di mosse avverse e ostili, di imponenti movimenti transfughi, di sviluppo e rafforzamento di correnti interne che mal digeriscono l'accentramento delle scelte in capo alla “famiglia”, di sviluppi che in termini di apparato siculo lombardo richiamano alla gestione delle attività in Regione Lombardia dove il fratello di Ignazio ha peso rilevante, alle relazioni con il potentato Fininvest-Mediaset, dove uno dei figli di Ignazio conta parecchio, a sistemi relazionali che nella patria originaria dei La Russa definisce organizzazioni di impresa e occupazione rilevantissimi.

L'ex Ministra del Turismo rappresentava l'area LaRussiana, area fortemente definita da molteplici e ramificati aspetti imprenditoriali di non poco interesse, all'interno della compagine governativa, e la sua espulsione rileva lo scontro frontale con l'animo statalista meloniano ben radicato nella Pubblica Amministrazione e nei gangli della burocrazia.

Lo scontro, ovviamente, rimbalza anche altrove e segna inevitabilmente le frizioni interne al partito.


Roma, Milano e a seguire Torino

La crisi esplosa si è già ripercossa in Piemonte, con le dimissioni di Elena Chiorino, Vice Presidente della Regione in forza a FDI e socia di Del Mastro nella bisteccheria romana.

Come si possa ora ricucire lo sbilanciamento dei poteri regionali in area sabauda è argomento intricato che sta generando polemiche a non finire, avendo la Chiorino mantenuto le deleghe assessorili al Lavoro e Istruzione rendendo, di fatto, le dimissioni dalla Vice Presidenza poco più che una farsa. La sostituzione della Chiorino con Maurizio Marrone, assessore alle politiche sociali in quota FDI, riduce in termini di “portafoglio” il peso politico dell'incarico rendendo potenzialmente nervosi gli altri componenti FDI della Giunta regionale.

Questo perché negli assessorati ciò che conta non è il titolo, bensì il “portafoglio” amministrabile e, con quello, la quantità di relazioni orientabili a favore del proprio partito, il che significa che gli assessorati di maggior rilevanza in ogni Regione italiana sono quelli alla Sanità e ai Trasporti.



Anime contro

Inevitabilmente le due anime interne a FDI verranno a scontrarsi in tutte le aree in cui si manifesta il potere e i relativi scontri si affiancheranno alle violente fibrillazioni che attraversano la Lega, manifestamente emerse in occasione del funerale di Umberto Bossi.

Di questi conflitti potrebbero approfittare sia il nuovo campo Vannacciano, prontissimo ad aprire le porte ai transfughi più destrorsi di entrambi gli schieramenti, sia una rinnovata Forza Italia con lo sguardo rivolto al centro, prontissima a sua volta ad abbandonare una destra troppo conclamata in una rinnovata edizione doppiofornista a cui la famiglia Berlusconi sembra guardare con molto interesse.


A fuoco lento

Sulla graticola a soffrire rimane Giorgia Meloni, da molti individuata come vera artefice della debacle referendaria a causa delle insostenibili e scriteriate affermazioni perentorie lanciate nella sua personale campagna di comunicazione.

Se il crinale delle preferenze di voto non sembra per ora avere risentito della batosta subita (ma davvero dobbiamo credere ai sondaggi?) la lotta intestina si è aperta e non si vede come potrebbe essere ricucita nel momento in cui i grandi temi della politica internazionale dividono FDI in due tra filo trumpiani e europeisti, tra sostenitori del riarmo e non, tra iperliberisti e eredi di quel che resta della destra sociale.

Insomma, se tutto va bene siamo alle soglie di un'epoca di frammentazione e divisione che potrebbe ridisegnare il panorama partitico italiano assottigliando notevolmente la capacità di aggregazione del centro destra che fino a ieri ha premiato l'operato meloniano.


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