GLI INDIFFERENTI, TRA ETICA E ECONOMIA

Negli scorsi recenti anni ho ripreso a trattare di argomenti a me cari di filosofia morale rispolverando gli antichi studi e cercando di individuare la rimanente coerenza delle filosofie apprese rispetto all'evolvere conteporaneo, il più delle volte disarmando se non addirittura disperando.
In altri volumetti ho descritto come la nuova economia ridisegni le forme e si debba necessariamente superare le filosofie di Weber e di Marx, di Kant e di Nietzsche essendo nel frattempo evaporate le classi sociali e con quelle quel diritto assoluto e morale di impianto kantiano che si basava sullo Stato assolutista e sui privilegi di casta.
Non essendo quel mondo, quell'economia e quel modello di gestione dell'economia paragonabili all'oggi, così come non lo può essere la strategia bellica di Clausewitz al nostro tempo, resta immutata la domanda relativa al cosa sia l'Etica, cosa sia Morale e cosa sia Giustizia al nostro tempo.
L'economia corrente ha reso superfluo il proletariato caro a Marx, l'esercito dei lavoratori di riserva costituito in classe e categoria, sostituendo a quello ondate migratorie in cui al concetto di classe si sostituisce la disperata esigenza di sopravvivenza individuale.
Peraltro il capitale decentra e delocalizza, si sposta secondo convenienza produttiva mentre i continenti un tempo produttivi operano la gestione dei flussi finanziari ben più che la produzione rendendo così superflui i molti e inutili ai processi del lavoro i più.
Le antiche classi si sono ridotte a due, quella dei soddisfatti da una parte e quella dei marginali dall'altra, intendendosi marginali tutti coloro che per reddito non consumano coerentemente con le attese di un mercato iperproduttivo che sul feticismo della merce e dell'acquisto genera se stesso.
I Soddisfatti, pertanto, non rilevano più l'interesse di un tempo a quella equità redistributiva un tempo necessaria, come solidarietà sociale, a mantenere attivo l'esercito produttivo di riserva, esercito che si rigenera alla bisogna con ininterrotti e difficilmente governabili flussi, e quel disinteresse diviene distacco e indifferenza ed economica preoccupazione per cui ogni spesa sociale altro non rappresenta che una sottrazione al proprio personale agio.
E il disagio incrementa realizzando i costi necessari alla difesa del proprio status, ai costi di vigilanza e di pubblica sicurezza, all'edilizia carceraria, alla manutenzione e gestione delle carceri sempre più affollate da marginali, inutili e superflui di cui i soddisfatti non vedono l'ora di sbarazzarsi riducendo i costi di gestione e migliorando, di rimbalzo, il proprio status.
Ne deriva allora che l'economia che tutto governa incide sulle scelte che si dicono di Giustizia, manifestando ulteriormente l'obiettivo di cautelare e difendere possessi e proprietà, affermando così implicitamente la non universalità della Giustizia e dell'Etica in essa inclusa, etica di parte e di supporto alla soddisfazione dei soddisfatti.
Nel marasma globale e glocale della produzione Marx si perde come un naufrago ideale.
Nella Giustizia economicamente partigiana Kant affonda come passeggiando nelle sabbie mobili della Morale assoluta.
Nella Soddisfazione del Consumatore narcisista Nietzsche si inabissa nella palude dell'omogeneità. Nella trasformazione dell'etica protestante in tribalismo wasp anche Weber viene dimenticato.
L'intera filosofia e il suo armamento secolare tende ad implodere definendosi come puro teorema impercorribile e impraticabile, pericolosa struttura amica dei superflui e quindi economicamente ostile.
E non occorre troppa fantasia, come scrive Bauman, per immaginare una situazione in cui una maggioranza elettorale fornisca il suo democratico appoggio all'idea di eliminare dalla lista degli oneri pubblici tutte quelle persone la cui esistenza dipende dall'assistenza statale.
L'esplosione di indifferenza dovrebbe richiamare la filosofia alla ricerca di nuove parole d'ordine, di una diversa e innovativa sintassi di una filosofia economica che sia di per sé filosofia morale come quella Filosofia della Sobrietà che vado (inutilmente) promuovendo da un decennio, che contesti l'iperconsumo e il debito crescente, che influenzi la produzione sostenendo il sostenibile, che persegua l'umanità dell'uomo e non la sua produttività.
Ma in luogo di quella Morale troviamo la reazione impaurita di chi teme di dover rinunciare a qualcosa, di chi seduto al tavolo imbandito allontana infastidito chi ne domanda le briciole, di chi immerso nell'agio e nella comodità finge di non sapere che il suo benessere poggia saldamente sulle spalle curve dei miserabili e dei superflui.





Commenti