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LA PELLE DEL SERPENTE

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 15 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Se è vero, ed è vero, che Demografia e Economia vanno a braccetto, allora l'Europa sta cambiando pelle: è in fase di trasformazione, in quella “muta” in cui i rettili cambiano pelle e per farlo rallentano le proprie attività. La prevalenza demografica dei nuovi entranti cambierà strutturalmente l'economia e la società europea?


Il fenomeno è chiaramente osservabile anche nella piccola città di provincia in cui vivo: a fianco di un'economia tradizionale in netta contrazione, con ripetute cessazioni di attività, verso la periferia c'è un nuovo fermento economico determinato dalle nuove enclave etniche che si organizzano in maniera autonoma, si direbbe, rispetto alle consuetudini locali.

Negozi, mercatini, luoghi di incontro e modalità di incontro definiscono una nuova semantica locale e una nuova demografia economica territoriale.

Siamo di fronte ad un fenomeno che da un lato vede i nuovi entranti come ultimo bastione attivo rispetto all'inverno demografico europeo e italiano in particolare, e dall'altro vede le popolazioni originarie diradarsi dopo un lungo autunno di invecchiamento di ampie dimensioni.

Non vi è alcun dubbio, quindi, che anche solo partendo dal rapporto tra nuove nascite e decessi la struttura sociale si vada modificando, con la possibilità di un ribaltamento proporzionale tra le componenti sociali in capo ad una generazione breve.

Per qualcuno questo orizzonte sembra terrificante, per me è, al contrario, di estremo interesse e definisce la necessità assoluta di una politica di reciproca integrazione e assimilazione, unica in grado di assicurare uno sviluppo sociale ed economico armonico.

Un'integrazione nasce dal reciproco riconoscimento culturale e valoriale, e questo passaggio si dimostra difficile soprattutto per un pensiero occidentale allevato nell'idea della propria primazia e superiorità: un pensiero che confonde le radici “cristiane” con secoli di colonialismo europeo e relativi stermini etnici praticati. Un pensiero che, di riflesso, assume la questione “islamica” come preconcettualmente ostile, avendo l'economia e gli imperi islamici per lungo tempo negato l'accesso agli europei alle ricchezze asiatiche.

Ma attenzione: anche nei termini valoriali e religiosi assistiamo ad una “muta” importante. L'occidentale è sempre meno cristiano e sempre più laico, aperto comunque alle posizioni valoriali di altri pensieri e altre filosofie, e il maschio bianco occidentale, attualmente in fase di involuzione antropologica e di segregazione sociale, comincia a guardare con interesse ad un modello coranico che lo riporterebbe ad un perduto ruolo di autorevolezza in contrasto rispetto ai recenti fenomeni di aggressività femminista “woke” che in quanto tali definiscono un'ulteriore spinta a favore delle ragioni dell'islam nella sua struttura sociale e familiare.

La mutazione è in corso e la società cambia pelle più o meno rapidamente.

Comprendere il cambiamento può consentire, se non si hanno gli occhi foderati di prosciutto, di capire come il gioco delle alleanze e delle opportunità geopolitiche debba rapidamente adeguarsi e, possibilmente, strutturarsi anticipando le soluzioni prevedibili.

Il nostro riferimento geopolitico è costituito dall'Eurasia con il suo vasto mondo arabo e le potenze industriali indiana e cinese, il nostro tessuto relazionale commerciale è dato dall'Africa, economia in espansione tumultuosa, e dalle economie sostenute da processi demografici positivi, tali da definire nuove classi e categorie di consumatori.

Rimanere immobili a guardare verso occidente significa dialogare con la morte, con potenze dalla demografia in caduta libera che solo con la violenza possono immaginare di opporre resistenza ad un declino inevitabile.

Credo valga la pena di fare qualche ragionamento.


 
 
 

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