LA SOLITA MINESTRA DELL'ITALIANTA'
- Gilberto

- 11 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Quando lasciai la Sicilia dopo otto anni di operatività promisi a me stesso di non rimettervi più piede. Lasciavo un'isola socialmente bloccata ai tempi del feudalesimo, dura con i deboli e permissiva con i forti. Un'isola incapace di mettere in risalto i suoi immensi beni culturali, lasciandoli deperire, ma anche un'isola infinitamente innamorata dalle propria “sicilianità”, come se le altre regioni italiane non possedessero, ognuna di loro, straordinarie peculiarità, come se il fatto di “essere siciliani” fosse di per sé un marchio di garanzia e superiorità.
Sintomi, tutti quelli che ho descritto, di ignoranza e supponenza, tipici di quei luoghi in cui l'esercizio del potere è definito dalla forza e non dal diritto.
Capita allora che tutta l'enfasi posta dalla Presidentessa del Consiglio sull'italianità mi giunga estremamente sospetta.
Quando poi la minestra riscaldata dell'italianità sfocia nella solita manfrina della superiorità enogastronomica, da aggregare a quella culturale-naturalistica e turistica divenuti centro dell'economia produttiva in mancanza di altre idee di impronta industriale, allora il sospetto diventa timore.
Timore che al di là della manifestata “italianità” e della sua intrinseca superiorità non esista nulla, nessun progetto, nessuna visione, nessuna proposta.
Timore che alla progettualità si preferisca la supponenza, alla competenza l'ignoranza.
Timore che davant al tracollo produttivo e industriale dalle parti del governo si possa immaginare di campare di turismo e enogastronomia, cosa che è manifestamente inaudita dato che le due economie possono essere complementari al PIL ma non altro.
Che poi, detto tra di noi, la “cucina italiana” non esiste, ma esistono una novantina di cucine provinciali e una ventina di omologhe regionali in competizione tra loro, ma questo è un altro film.





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