ECONOMIA: LE RICETTE KILLER DEL CAMPO LARGO

Nell'articolo pubblicato ieri su “La Notte Online”, Economia, Etica e Politica, osservavo come la proposta neoliberista possa rappresentare un problema di etica sociale mentre l'idea progressista definisca una migliore etica ma implichi una dinamica potenzialmente distruttiva in economia.
In questo articolo provo ad argomentare la distruttività implicita nelle proposte progressiste.
Sostiene l'antico adagio, tuttora incontrovertibile, che “chi sa fa e chi non sa insegna”.
Chi si occupa di politica dovrebbe, a mio avviso, accedere agli scranni del potere solo dopo avere dimostrato le competenze nel fare, altrimenti l'eccessiva teoria rischia di affermare perentoriamente la validità di un altro antico adagio, ovvero che “il meglio è nemico del bene”.
Entriamo in argomento.
Nel recente periodo, nell'arco degli ultimi due decenni, l'impresa manifatturiera italiana è riuscita a manteneresi competitiva nello scenario commerciale globale grazie al “dumping salariale”: non disponendo di materie prime, ovvero dovendo acquistarle sul mercato, pagando più cara dei concorrenti l'energia produttiva e dovendo erogare retribuzioni lorde molto onerose in quanto appesantite da oneri fiscali e contributivi sproporzionati, l'unica variabile disponibile all'interno della filiera produttiva per affermare la propria competitività era ed è quella salariale.
Non dimentichiamo che la maggioranza delle imprese italiane è di dimensione piccola se non minima ed è quel nugolo di piccoli proprietari che con i suoi prodotti e le sue capacità afferma la produzione italiana sui mercati globali.
Certo: la compressione salariale necessaria alla competitività ha avuto per riflesso una contrazione del potere d'acquisto che si è trasformata in minor mercato interno, riducendo i consumi e, di conseguenza, le entrate erariali derivanti dal commercio interno, ma cosa accadrebbe se l'ipotesi progressista si affermasse?
Il Salario minimo
In uno scenario così definito la proposta progressista di incrementare il Salario minimo ad un valore di €9/ora è di alto contenuto etico ma rischia di affossare definitivamente l'immenso articolato delle piccole imprese che non potrebbero sostenere l'onere retributivo, onere che si andrebbe ad assommare al sempre più rilevante costo dell'energia produttiva, ponendo definitivamente “fuori mercato” le imprese.
Si passerebbe rapidamente, in pratica, dal basso salario al salario nullo, al netto delle possibilità sussistenziali in capo ad un'INPS non esattamente florida e brillante, con una ricaduta erariale negativa di proporzioni preoccupanti, dato che per ogni azienda che cessa di produrre vengono a perdersi numerosi flussi di cassa per l'erario.
“Primum vivere”, dicevano gli antichi romani, e il motto vale anche per le imprese.
Extraprofitti e tasse
Quasi peggio della precedente proposta è l'ipotesi di una tassa “ad hoc” su i cosiddetti Extra Profitti ottenuti da specifici comparti economici, allo stato attuale attività energetiche e finanziarie.
Scrivo “quasi peggio” in quanto è risaputo che in ogni attività ciclica l'extra profitto di un determinato periodo è base essenziale sia per avviare nuovi investimenti produttivi, particolarmente necessari nel segmento energia, sia per ridurre l'esposizione creditizia corrente, sia, infine, per disporre della liquidità necessaria per avviare concentrazioni e fusioni e rendersi più competitivi in uno scenario globale sempre meno disposto a fare sconti a qualcuno, come accade in ambito bancario.
Inoltre a fronte di un dettato costituzionale che detta come principio generale la progressività fiscale vi sarebbero molti dubbi verso provvedimenti ad hoc definiti nei confronti di una specifica categoria “punita” per avere avuto profitti derivanti da contingenze particolarmente favorevoli.
Non manca poi la perplessità relativa alla definizione di “extra” relativa alla profittabilità d'impresa: extra rispetto a cosa? Rispetto ai bilanci precedenti? Rispetto ad un'idea generale di profittabilità?
Ricette senza visione
A colpo d'occhio le proposte progressiste sono capaci di scaldare gli animi: più soldi ai salariati minimi e più tasse ai capitalisti accaparratori sono elementi che colpiscono favorevolmente chi ha a cuore un'idea di solidarietà sociale. Ma l'etica apparente si scontra con la realtà economica e se analizziamo meglio le proposte si evidenzia come la teorica solidarietà sociale rischi di trasformarsi in uno schianto economico collettivo. È allora opportuno fermarsi a prendere fiato e ragionare meglio sull'argomento.
Le proposte sopra tracciate definiscono solamente un'assenza di Visione Economica in capo al cosiddetto campo largo, assenza che se lo stesso schieramento dovesse pervenire al Governo del Paese potrebbe dimostrarsi letale, magari accompagnata da un'ipotesi di Patrimoniale che farebbe fuggire i patrimoni verso lidi fiscali più amichevoli, e in Europa sono molti.
La Visione, appunto
Per visione economica intendo un progetto di sviluppo di nuove forme produttive capaci di integrare e sostenere, e se il caso sostituire, le attuali, magari agevolando l'accesso delle PMI alle forme produttive agevolate dalla robotica e dall'intelligenza artificiale, formando gli addetti alla gestione delle nuove modalità produttive, consentendo così di avviare modelli di competitività basate sulla produttività e l'efficienza produttiva e non sul dumping salariale.
Per Visione Economica intendo i processi di integrazione dell'IA nella Pubblica Amministrazione in grado di rendere efficace ed efficiente un settore oggi generalmente a minima efficacia e scarsa efficienza.
Per Visione Economica intendo affrontare seriamente le dinamiche del Credito all'Impresa avviando progetti di partnership in sostituzione dell'usura attuale.
Per Visione d'Impresa intendo valutare l'azione del Credito di Imposta non come soluzione tampone da proporre in casi di emergenza ma come azione territorialmente necessaria per il rilancio produttivo e occupazionale di aree ad alta migrazione.
Per Visione Economica intendo affermare tariffe segmentate per i consumi di servizi energetici determinati dalle categorie produttive di riferimento o sociali di appartenenza: è ridicolo che i carburanti abbiano lo stesso prezzo per chi usa il mezzo per lavorare e chi per diletto, così come è sconcertante che l'energia sia rendicontata alle medesime condizioni per PMI e Grandi Impianti.
Per Visione Economica intendo un Progetto di infrastrutturazione energetica capace di avviare un percorso di indipendenza energetica e di affrancamento dalla dipendenza da soggetti terzi potenzialmente ostili.
Potrei proseguire ma ho terminato lo spazio disponibile.
Resta il fatto che di questi argomenti, dalle parti del campo largo progressista, non ho sentito fare parola.





Condivido il ragionamento, ma aggiungerei un altro aspetto, il problema non è soltanto quanto si tassa, ma anche come è costruito il sistema fiscale.
Quando la pressione fiscale diventa troppo pesante, si crea inevitabilmente un incentivo a cercare scorciatoie. Se, per esempio, per una prestazione un professionista propone una cifra più bassa senza fattura, molti cittadini saranno tentati di accettare, perché vedono un risparmio immediato. È una scelta che rimane sbagliata dal punto di vista fiscale, ma bisogna anche chiedersi perché il sistema produca continuamente questo tipo di comportamento.
A mio avviso bisognerebbe andare nella direzione opposta, rendere conveniente essere completamente in regola. Un modello nel quale una parte molto più ampia delle spese documentate possa essere detratta dalle tasse…