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PIANO MARSHALL @ PNRR: come la dispersione decisionale ha vanificato gli investimenti

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 10 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Nel 1948 gli USA erogarono a favore dell'Italia 1,5 miliardi di dollari, corrispondenti a 21 miliardi attualizzati al valore odierno. Con quella cifra l'Italia si ricostruì dalla devastazione bellica e avviò il “boom” economico che la rese potenza industriale per oltre un decennio.

Oggi, con 200 miliardi di PNRR, non abbiamo combinato nulla. Occorre domandarsi seriamente perché.


Non si tratta di fare polemiche sterili, ma è necessario provare a capire, perché l'inconsistenza progettuale che ha caratterizzato la gestione dei fondi PNRR risulta talmente evidente da sfioare lo scandalo sistemico, l'offesa alla ragione, l'insulto alla logica.

L'Italia del secondo dopoguerra era una catastrofe di macerie e di miseria, una voragine di analfabetismo e di ignoranza.

Ma quell'Italia seppe ricostruire città e industrie, fabbriche e ferrovie, case popolari e quartieri urbani, le prime autostrade e invidiabili sistemi sanitari e scolastici, mettendo concretamente a frutto le indicazioni e gli investimenti di carattere industriale e produttivo.


Con il PNRR, invece, l'Italia – fonte ISTAT per tutti i dati riportati - ha incassato 166 miliardi sui 198 previsti, avendo tra gli obiettivi concordati i processi di Digitalizzazione, la Transizione ecologica, lo Sviluppo delle Infrastrutture sostenibili, i settori Ricerca e Istruzione, quelli della Coesione e integrazione sociale, la Salute e la Sicurezza energetica, ovvero tutti argomenti e obiettivi apparentemente pienamente conseguiti.

La Transizione ecologica è ancora abbondantemente latitante, con un governo titubante nella creazione di parchi fotovoltaici e eolici di produzione energetica rinnovabile a fronte di investimenti previsti pari all'1,5% del PIL.

Le infrastrutture sostenibili si limitano per lo più a qualche modesta pista ciclabile, non sempre ben disegnata, non sempre ben inserita nel territorio urbano e pertanto non sempre adeguatamente utilizzata.

Sullo stato delle ferrovie, che possono rientrare nel segmento delle infrastrutture sostenibili, è meglio stendere un velo pietoso avendo il relativo Ministero concentrato l'attenzione su un'unica opera, il Ponte sullo Stretto di Messina, trascurando l'implementazione da decenni richiesta dei sistemi ferroviari regionali.

Gli investimenti in Ricerca corrispondono a 1,2 miliardi per il triennio 2026-28, e cubano lo 0,5% del PIL, rispetto alla media OCSE del 2,8%.

La spesa pubblica per l'Istruzione è pari al 3,9% contro la media europea del 4,7%.

I Fondi per la Spesa sociale attribuita ai Comuni rappresentano lo 0,46% del PIL, mentre per la Sanità impegnamo il 6,3%, con stima in diminuzione al 5,9% per il 2027: la media europea è fissata al 6,9% con punte del 10% in Germania.


I Motivi di una debacle

La differenza principale tra le sorti e gli effetti del Piano Marshall rispetto al PNRR è dovuta a due fattori. Il primo è il centralismo di governo del dopoguerra, il secondo la definizione degli obiettivi.

Il centralismo governativo del dopoguerra definiva una struttura ministeriale di indirizzo e di controllo, un “decisionismo” operativo e organizzativo che non lasciava spazio ai molteplici appetiti che oggi definiscono gli interventi operati da Regione, Provincie e Comuni in una polverizzazione di interessi e di risorse che producono la dispersione di energie e obiettivi.

La definizione degli obiettivi strategici, invece (al tempo del Piano Marshall indicati in siderurgia, meccanica e edilizia) favorì la creazione di un sistema concentrato di interventi, ognuno dei quali, a sua volta, motore di ampi bacini di indotto e servizi capaci di generare impresa e artigianato in ogni territorio.

La gestione attuale dei pur generosissimi fondi PNRR risulta invece estremamente dispersiva, gestita da troppi Enti locali a volte tra loro concorrenti e frequentemente motivati più da caratteristiche di approvazione locale che da effettive progettualità di sviluppo economico e produttivo.

In assenza di chiari obiettivi governativi di Politica Industriale e Energetica, di cui da anni lamentiamo l'assenza di progettualità strategica, ogni territorio si è sentito in dovere di andare un po' per conto proprio laddove le caratteristiche dell'approvazione locale (vedi paragrafo precedente) consentivano di avviare modesti investimenti.

Laddove invece le scelte sono state orientate da investitori privati, ecco che le comunità locali si sono messe di traverso rispetto ai progetti localmente pianificati generando nel complesso un rallentamento, quando non un fermo, dei progetti e delle iniziative.


122 miliardi da restituire

Così, alla fine, l'Italia si troverà con un pugno di mosche in mano in termini di progetti e investimenti produttivi, dovendo però restituire all'UE 122 miliardi di Euro che, anche ad interessi modesti, sono pur sempre una cifra colossale.

La “dispersione decisionale”, troppi Enti, troppi interessi e troppe mani interessate ai fondi PNRR, è individuabile tra le cause di maggior danno e reclama la necessità di immaginare una diversa organizzazione delle amministrazioni territoriali.

Negli anni '80 c'era chi proponeva l'aggregazione di Comuni di modesta entità, altrove si propose di abolire le Provincie, pochissimi sostengono la necessità di abolire le Regioni, vero gorgo di spesa sotto qualsiasi latitudine.

Più in generale si definisce la necessità di una ottimizzazione delle burocrazie, magari mediante l'utilizzo di sistemi di Intelligenza Artificiale, migliorando la rapidità e l'efficienza produttiva a fronte di una riduzione dei costi, rilevanti, di sistema.

Quello che è certo è che la “dispersione decisionale”, con la sua inevitabile corte di interessi locali e di favoritismi, non opera a favore dello sviluppo nazionale, della crescita delle prospettive produttive o dell'efficientamento amministrativo dei territori.

L'unico governo utile a questo Paese sarà quello capace di mettere mano alla riorganizzazione della Pubblica Amministrazione, un'operazione che richiede un coraggio da leoni in un Paese in cui la personalizzazione degli interessi locali genera poderosi conflitti.

Ma state tranquilli: all'orizzonte non si individuano forze politiche capaci, né smaniose, di affrontare e gestire un tale compito.

Resteremo come sempre fanalino di coda dell'OCSE e dell'UE attribuendo alla malasorte le nostre inefficienze.


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