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SALARIO MINIMO TRA BUGIE E IPOCRISIE

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 9 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

Ipotizzare un “salario minimo” significa espellere dal mercato una gran parte della produzione delle PMI italiane già in difficoltà e sofferenza. A ben guardare è l'intero complesso del lavoro salariato a dover essere messo in discussione.


Quando la sinistra rimase orfana dell'URSS si riciclò rapidamente trasformando l'internazionalismo operaio originale in globalismo economico, un globalismo oltre a tutto centrato sull'indeterminatezza della classe media. La classe operaia aveva subito gli affronti del Governo Thatcher, la Lady di Ferro per la quale “chi usa i mezzi pubblici non è un nostro problema”, e il nuovo laburismo di Blair ispirato al sottopensiero clintoniano pensò di perseguire le politiche economiche thatcheriane, presentandole però in modo migliore.

Nacquero così nuovi vocaboli ispirati al politicamente corretto, al buonismo e al veltroniano ma-anchismo che nulla cambiarono nei fatti ma tutto ribaltarono nel lessico: la serva domestica divenne collaboratrice familiare, lo spazzino si trasmutò in operatore ecologico, il bidello in operatore scolastico ma la compressione del lavoro rimase la stessa e si unì alla riduzione dei diritti e, in Italia, allo smantellamento di quello Statuto dei Lavoratori faticosamente conquistato nel 1974 e dismesso dal laburista Renzi con un JobsAct che molto sarebbe piaciuto a Tony Blair.


Questa introduzione è resa necessaria per chi oggi affronta le dinamiche del lavoro salariato senza conoscere l'evoluzione di quella sfera occupazionale all'interno di un mondo produttivo definito nella più feroce competizione e dalla tendenza alla marginalità zero per una vasta categoria di settori industriali in cui la concorrenza è prevalente e, pertanto, la questione del controllo dei costi è questione esistenziale, non solo economica.

A maggior ragione la problematica riguarda le produzioni in cui gli oneri energetici sono multipli rispetto ai Paesi concorrenti e nel complesso organizzativo d'impresa l'unico segmento comprimibile risulta essere quello del lavoro salariato.


Sarò persino banale affermando che le troppe morti sul lavoro, l'enorme incidentalità nei cantieri, gli aberranti fenomeni del caporalato e le delocalizzazioni industriali hanno tutte un denominatore comune che si chiama “profitto”, profitto che si determina nella contrazione dei costi del lavoro anche nelle commesse pubbliche e negli appalti a massimo ribasso che la Pubblica Amministrazione produce a iosa, affermando i diritti del lavoratore a parole e negandoli nei fatti attraverso le politiche di contenimento dei costi.


È in questo scenario che va inserita la proposta del “salario minino”, proposta a mio avviso menzognera e ipocrita in quanto impraticabile all'interno di un modello economico dato come quello in cui viviamo e operiamo.

Piuttosto meglio sarebbe riconsiderare nel suo insieme il modello del lavoro salariato e più in generale la struttura stessa dell'occupazione, attribuendo alla forza lavoro la forma consulenziale o cooperativa, trasformando i salariati in autonomi o associati, svincolando le imprese da pesanti oneri contributivi e fiscali che non si trasformano in benefici reddituali a favore dei dipendenti ma partecipano alla scarsa competitività d'impresa.


Occorre un salto di qualità se si vuole partecipare a questo scenario competitivo che nella robotica e nell'informatizzazione individua scorpori produttivi utili a ridisegnare la competitività d'impresa. Occorre uscire dalla logica ottocentesca del padronato e del salariato tra loro contrapposti.

Occorre una sorta di “rivoluzione culturale” del lavoro e della produzione prima che un modello desueto trasformi in precariato diffuso l'intero comparto delle risorse umane allocabili.

L'alternativa sarebbe rilevabile solamente in una politica economica dirigista e statalista di impronta cinese, ma per questo tipo di svolta non credo che italiani e europei siano ancora pronti, permeati come sono di parole d'ordine che parlano di “libertà” e “democrazia” ma si traducono in “precarietà” e “sfruttamento”.


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