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MERCATISTI E CONTESTATORI: LE NUOVE CATEGORIE DELLA POLITICA

Immagine del redattore: Gilberto
Gilberto
27 ago
Tempo di lettura: 4 min

Il neoliberismo economico ha definitivamente travolto le antiche categorie politiche derivanti dalle sedute parlamentari ponendo apertamente la domanda gaberiana del cosa siano e cosa significhino oggi i termini di “destra” e “sinistra“.


Ai tempi più o meno gloriosi del “vaffa”, Beppe Grillo sbraitava che il Movimento si poneva “oltre” rispetto ai concetti politici di destra e sinistra aprendo più o meno consciamente un percorso di rielaborazine delle definizioni e delle attribuzioni politiche. Da allora anche i termini di conservatore e progressista e persino quelli di fascista e antifascista hanno perso significato all'interno di un mondo orientato, se non governato, dal Mercato.

Ma vediamo di approfondire, se pur sommariamente, la tematica.


Le categorie necessarie

In politica come nella vita in generale le “categorie” sono necessarie per attribuire agli individui forme di appartenenza e nella logica tipica dell'agone politico le categorie sono frequentemente di ordine oppositivo e conflittuale, assai più raramente di ordine complementare.

Rosso e Nero, Destra e Sinistra, fascisti e comunisti, definiscono appartenenze e orientamenti all'interno di proposte di economia sociale che definiamo con il termine di “politica” essendo la politica l'organizzzazione che si intende dare all'economia che si manifesta all'interno delle relazioni sociali.

Destra e Sinistra, quindi, erano concetti adeguati quanto esistevano categorie, o classi sociali, tra loro in conflitto, ovvero quando poteva apparire ragionevole nell'immaginario collettivo sostituire al modello economico capitalista un modello alternativo e quando le categorie sociali, dal proletariato all'alta borghesia, erano palesemente rappresentate e attive nelle diverse forme della conflittualità sociale o della “lotta di classe” che dir si voglia.

Di quel mondo e di quelle conflittualità operaiste la nostra memoria è ancora zeppa, ma si tratta di un mondo scomparso, fatto a pezzi e ridotto in un ammasso di macerie sotto ai cingoli del tecnocapitalismo contemporaneo: destra e sinistra appartenenvano alla “modernità” mentre oggi siamo immersi nella “post modernità”, per dirla con i sociologi a-la-page.


Sul concetto di Democrazia

Se il capitalismo ha il grande merito di assumere in sé le proprie contraddizioni trasformandole in “business” così come trasforma in forme dell'economia anche le contestazioni che sorgono al suo interno (dai movimenti del '68 al femminismo, dal pacifismo all'ambientalismo contemporaneo tutte le contestazioni sono divenute moelli di attività economica e commerciale, editoriale e di servizio), l'influenza esercitata dal moderno neoliberismo è stata pari ad uno tsunami, riducendo le categorie sociali ad un top level rappresentato da un 5% scarso di soggetti, e ad un'immensa massa informe che fluttua tra media borghesia in crisi e precarietà.

Una massa in cui l'ascensore sociale sembra essersi fermato ai piani bassi.

Quella “gelatina sociale”, come l'avrebbe definita Gramsci, ha da tempo scoperto che la partecipazione al gioco elettorale non produce alcun cambiamento, che le proprie istanze vengono regolarmente tradite, sempre che siano in qualche misura percepite, e ha definitivamente smesso di partecipare a quella che considera una “farsa” elettorale.

Occorre allora domandarsi, seriamente, se sia ancora opportuno parlare di “democrazia” quando oltre il 40% della popolazione elude il diritto al voto, per delusione, per stanchezza, o perché intimamente convita della superfluità del rito.

Allo stesso modo la distanza, siderale, tra le necessità pecepite all'interno della “gelatina sociale” e le proposte che pervengono dalla politica praticata definisce un orientamento anti sistemico che oggi trova maggiore spazio nelle forme che contestano il modello economico prevalente, e che in quanto tali vengono considerate extra parlamentari essendo l'ambito parlamentare integralmente e totalmente definito all'interno del modello economico vigente.

Per disprezzo linguistico comune a quell'opposizione viene attribuito il termine di “fascista”, termine che cela, opportunamente, l'assolutismo implicito nella forma di governo praticata da qualsiasi schieramento attualmente presente in Parlamento, dettata dal Mercato neo liberista o tecno capitalista che sia.


Conservatori e Progressisti

Assume allora i toni del ridicolo la distinzione tra Conservatori e Progressisti non potendovi essere alcuna distinzione politica all'interno di un modello economico che prevede esclusivamente la produzione di nuovi Mercati di Consumo attraverso chirurgiche modellazioni di stili di consumo e, al più, l'esplicito riferimento partitico di alcuni modelli di consumo rispetto ad altri.

Nella società fluida della post modernità l'appartenenza è maggiormente definita dallo stile di vita e dai consumi di riferimento che non da un'ipotesi di organizzazione economica e sociale: paradossalmente è più plausibile, oggi, uno scontro tra sostenitori del commercio elettronico contro paladini del commercio al minuto che non una marcia di operai contro il padronato.

Conservatori, al massimo, sono quelli che si richiamano a modelli di consumo di ieri mentre i Progressisti affermano nuove e variopinte categorie di consumo generative di stili di vita ulteriormente segmentati. Sullo sfondo il cosiddetto progressismo batte il tamburo dell'insostenibilità della relazione di coppia affermata dall'aggressività maschile generando così, grazie alla frammentazione e all'atomizzazione delle necessità, nuovi mercati costruiti attorno all'individuo singolarizzato. Creando nuovi mercati il Mercatismo genera consenso.


Mercatisti e Contestatori

Ne avevo adeguatamente scritto in “Etica della Sobrietà e spirito del neoliberismo” ma conviene ripetersi: oggi gli unici termini di contrasto sono definiti dal confronto tra “mercatisti”, ovvero i sostenitori dell'economia di mercato imposta dal neoliberismo, e contestatori del mercatismo stesso.

Ai contestatori, che frequentemente fanno riferimento a modelli politici ad orientamento dirigista e statalista oggi affermati in regimi assolutisti di impronta comunista, viene – paradossalmente – attribuito l'epiteto di “fascisti”, termine generico buono in tutte le occasioni in cui si voglia denigrare, senza diritto al dibattito, il pensiero altrui.

Il mondo dei constestatori afferma la necessità di contenere e indirizzare il modello economico in modo da redistribuire le provvidenze all'intera collettività, attribuendo ad ogni nato il diritto alla dignità del vivere, mentre il mondo dei mercatisti si appella ad un modello un tempo definibile come “darwinismo sociale”, attribuendo opportunità al più adattabile e superfluità ai meno capaci di adattamento.

È chiaro allora che a mio avviso, da un punto di vista lessicale prima ancora che contenutista, l'auto affermarsi come “progressisti” da parte dei rappresentanti del mondo finanziario globale che siedono in prevalenza nelle sedute a sinistra del presidente dell'assise è un ossimoro, un nonsense, una contraddizione in termini, ma la mia è una considerazione personale e non fa testo.

Quello che farò testo sarà, come sempre, l'eventuale consenso che il mercatismo saprà raccogliere ai prossimi appuntamenti elettorali, appuntamenti in cui l'onda dei contestatori sembra andare aggregandosi attorno a nuovi raggruppamenti segnalati in costante crescita di interesse, misura inequivocabile del disagio sociale prodotto dal modello economico imperante.


(IMMAGINE: Max Fisher, il Designer nel comunismo)


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