MIO PADRE, ALBERTO SORDI E IL GENERALE
- Gilberto

- 11 giu
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Avrebbe compiuto 110 anni proprio ieri, mio padre.
Nel '36, a venti anni, aveva lasciato un confortevole impiego alla FIAT per andare in Africa Orientale vivendo l'avventura di un Continente favoleggiato, di un Impero immaginario, di un popolo di commedianti travestiti da soldati.
Pagò l'avventura africana e la non abiura del giuramento fatto con 7 interminabili anni di prigionia indiana in mano inglese.
Tornò in un Paese distrutto che tentava di ricostruirsi un'anima e un futuro.
Non sopportava Alberto Sordi, mio padre. Non l'attore in quanto persona ma i suoi personaggi perennemente ammantati da mediocrità e meschinità, furbetti e codardi, purtroppo ben rappresentativi di un'Italia vera e profonda, l'Italia che non ha mai terminato un conflitto giocando nella stessa squadra iniziale, l'Italia del “viva la spagna purchè se magna”, l'Italia del “tengo famiglia”, l'Italia delle relazioni opportuniste, l'Italia delle bustarelle, l'Italia piccolo borghese sempre pronta ad accusare il fato, la guerra, le necessità per giustificare il proprio destino, l'Italia perennemente in attesa dell'Uomo del Destino.
Quell'Italia che mio padre detestava vedendola rappresentata dal Sordi attore, la stessa Italia dei successivi cinepanettoni, è un'italietta pasticciona e arruffata, che confonde la pochezza con l'arte di vivere, la meschinità con la saggezza, la paura con la prudenza.
È un'Italia che altrove chiameremmo peronista, pronta ad affidare sorti, destino e futuro nelle mani di chi parla le parole del disagio, di chi promette di farsi carico delle difficoltà per trasformarle miracolosamente in opportunità.
Un'Italia recentemente ondivaga, instabile, in affanno, che le ha provate tutte e proverà anche questa, che ha dato fiducia all'intero arco parlamentare rimanendo regolarmente delusa e affranta, e che ora vede nel Generale l'ultima opportunità che il destino concede.
Del Generale molto sappiamo tranne l'importante.
Non conosciamo l'impronta che vuole attribuire all'Industria nazionale, l'orientamento economico che vorrebbe definire, tanto meno le preferenze in materia di energia, di strutture sanitarie, di formazione scolastica e universitaria, di sviluppo e di Ricerca scientifica, di edilizia popolare, di sviluppo infrastrutturale, e neppure di Difesa, il suo campo d'azione originale.
Del Generale nulla si sa se non l'orgoglio e la fierezza, argomenti altrove irreperibili, e la rivendicazione securitaria secondo cui “rivale”, dal latino “rivus, fiume”, è chi viene dalla sponda opposta del fiume, chi non ci somiglia, chi appare disomogeneo.
Questo basta all'Italia smaniosa di certezze, all'Italia amareggiata che vuole il muso duro e il pugno di ferro, all'italiano del “lei non sa chi sono io” e del “chiamo i carabinieri”, bisognosa di qualcuno che la difenda, che la sorregga, che le attribuisca un valore che non ha, di un'Italia invecchiata e indebolita bisognosa di sicurezze in un mondo che dell'incertezza fa identità.
Mio padre ci ha lasciati da tempo, Alberto Sordi anche, ma le loro figure, le loro forme identitarie, sono rimaste e si rilevano ovunque.
Così l'Italia si riscopre peronista, variante latina di un fascismo non più riproducibile, variegato miscuglio di statalismo e liberismo, e il Generale avanza a testa bassa e schiena dritta, raccoglie adesioni, galoppa nei sondaggi (il mio personale lo stima al 12% ad un anno da oggi e se non ci credete segnatevi la data) erodendo e sottraendo consensi a chi “non ha difeso gli interessi nazionali nel più vasto consesso europeo”, mandando all'aria sonnecchiosi progetti centristi abortiti sul nascere, rimodulando l'idea di destra in un Paese che della sinistra e delle sue tasse si fida molto poco, anzi per niente quando si ventila lo spettro patrimoniale.
Il Generale per avere successo deve fare poco, molto poco: gli basta mettere in evidenza gli errori degli altri per acquisire consenso.
Manca un anno o poco più al confronto elettorale: il Generale gioca come quei tennisti che fermi a fondo campo stancano l'avversario mandandolo un po' a destra e un po' a sinistra e vincono sulla base degli errori altrui, senza uno smash o una volée significativa.
A ben guardare, evocato com'è da chiunque lo tema, ha già vinto.





Ho letto il tuo post e, al di là della politica, mi è rimasta impressa la figura di tuo padre. Una generazione che ha conosciuto il sacrificio, la guerra, la prigionia e che, nonostante tutto, è tornata a ricostruire un Paese senza chiedere nulla in cambio.
Capisco anche il suo fastidio per quei personaggi che Alberto Sordi interpretava così bene: facevano ridere, ma spesso mettevano davanti ai nostri occhi i difetti più profondi degli italiani, quel modo di arrangiarsi sempre, di cambiare bandiera secondo la convenienza e di trovare una giustificazione per tutto.
Condivido anche il pensiero che oggi molti cerchino certezze perché si sentono delusi da anni di promesse mancate. E forse è proprio questo il motivo per cui…