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IL PARADOSSO DELLA PRIMAZIA CULTURALE

Immagine del redattore: Gilberto
Gilberto
12 ago
Tempo di lettura: 3 min

Dietro l'esigenza di appropriazione esclusiva della cultura degli anni '70 da parte della sinistra politica si cela l'assenza di una identità culturale attuale.


Scrivevo ieri delle Guardie Rosse appostate ai tornelli degli spettacoli di cultura cantautorale, e oggi non posso non rilevare come se quei cantori e quelle canzoni assurgono ad oggi, mezzo secolo più tardi, il medesimo e identico significato e valore che in origine affermavano, allora ben poco è stato risolto rispetto alle contraddizioni, le disfunzioni e i disagi allora indicati, criticati e cantati.

In mezzo secolo ben poco è cambiato nella relazione tra sfruttatori e sfruttati.

In mezzo secolo ben poco è cambiato nelle intime relazioni personali, nelle rabbie d'amore e gelosie.

In mezzo secolo ben poco è cambiato nelle dinamiche della politica, nelle sperequazioni economiche, nella classificazione sociale, e riascoltando i Gaber i Guccini e i De Andrè ci si accorge che tutto è cambiato per non cambiare nulla nelpiù laconico gattopardismo possibile.

Diviene allora inquietante porre domande a chi su quella cultura vuole apporre la propria firma, esige la primazia negando all'avversario la capacità mentale di comprendere e apprezzare canzonette, se pur d'autore.

Aggrapparsi alle canzoni di mezzo secolo fa per farne propria bandiera identitaria significa non disporre di alcuna identità oggi spendibile, sempre che non si vogliano spacciare per ambiti culturali gli Ecce Bombo e le Fate Ignoranti, paralleli esempi d'autoflagellazione realizzati a mezzo secolo di distanza temporale e un minuto di differenza sociale (ferma restando la personale preferenza per il primo, altro non fosse che per l'ironia morettiana) .

Il fatto è che le avanguardie odiano le masse e quando la sinistra si pretende avanguardia stenta a condividere il pensiero con le masse, anzi si impermalosisce quando scopre che le masse comprendono e capiscono senza bisogno di interpreti o esegeti.

Per l'avanguardia, culturale o politica, il paradosso si definisce nel fatto che il successo è una sconfitta quando l'affermazione e la diffusione del proprio pensiero smette di essere avanguardia e diviene popolare, e inversamente ogni sconfitta e rifiuto diviene affermazione della implicita bontà del proprio messaggio.

Popolarità e applauso rendono sofferente l'avanguardia ben più che l'incomprensione e il dissenso.

Così l'avanguardia da sempre impone la divisione del pubblico in due categorie distinte e separate: quelli che possono capirla e quelli che non possono, e in questa distinzione disegnano la necessità di mantenere le distanze e di affermare la propria prevalenza culturale, ma se il progetto di staccare le masse dalla cultura fallisce e la cultura diviene popolare il paradosso a cui ho accennato è solo il preludio della catastrofe.

Una catastrofe definita dall'assenza di un repertorio culturale in prospettiva, certo non favorito da un mondo postmoderno che di ogni opera fa evento culturale, che ha abolito le scuole per elevare le gallerie al rango di satrapi dell'arte, che affida all'incomprensione il maggior prezzo sì che il malaccorto investitore paghi a carissimo prezzo il proprio arrivismo sociale, che esclude il soggetto rappresentato dalle categorie di senso per affermare nella quantità del venduto il successo dell'artista, che produce il pezzo unico per subitaneamente farlo a pezzi, che confonde la stupidità di una banana incomprensibilmente incerottata col ritorno di un'avanguardia culturale che non c'è.

E in questa ridondante assenza di cultura e d'arte, in questo persistente ripercorrere il dejà vù melodico e partitico, in questa persistente cover d'arte e di politica in cui nulla di innovativo si osserva all'orizzonete, l'avanguardia che si vuole tale può solamente farsi archeologa delle precedenti avanguardie affermando ad ogni passo il paradosso di se stessa.



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