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PASQUA 33, quando la borghesia uccise Dio

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 15 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

Pasqua 0033, quando la borghesia uccise Dio


Si trattò di un deicidio piccolo borghese, utile per perseguire i propri affari tributando al rito lacrime primaverili di coccodrillo. Il rito si tramanda nel mito secondo regole precise.


Erano categoria e casta insieme quei Farisei che il Cristo apostrofava e indicava come peccatori, immersi com'erano nella quotidiana avidità, nella produzione di ricchezza, nella spietata conservazione del denaro, nella totale assenza di attenzione all'altrui difficoltà.

Si chiamavano a quel tempo Farisei e oggi si definiscono Borghesi, ma la radice e l'anima, l'etica e l'interesse sono i medesimi, allora come oggi.


Liberarono allora quel Barabba che si affermava con la forza e la violenza, affidando ai carnefici quel Cristo che predicava fratellanza e comprensione, condivisione e compassione, allo stesso modo in cui oggi parteggiano per la Forza irridendo il Diritto.

Eppure, e il messaggio è filologicamente trasparente, il BarAbba era Bar Abbà, figlio del Padre, mentre il Cristo era Ben Youssef, figlio di Giuseppe, rappresentando in un unico elemento, la figura storica di Gesù, le aspettative ebraiche di un Messia che racchiudesse il potere armato e quello religioso. Pilato dei sofismi ebraici se ne irrise e la Storia seguì il corso noto.


Non si sa se Gesù conoscesse la teoria di Platone, ma nacque in una grotta, una caverna dove gli uomini vedono solo le ombre della realtà, e uscendo dalla grotta si trovò a predicare all'aperto, affermando la Verità e il Verbo nel discorso della Montagna.

E se la Verità coincide, come afferma il vecchio Platone, con la visuale aperta e sgombra sulla realtà che si offre dalla montagna ecco allora perché Mosé dovette salire a sua volta sul Monte per ricevere le leggi scritte da Jehova, la Verità e il Verbo, col fuoco su lastre di pietra.

Ecco allora perché il Cristo venne sacrificato sulla piccola montagnola del Calvario, dove i farisei uccisero la Verità e il Verbo al solo scopo di tutelare i propri interessi materiali.


Perchè il Cristo non ammetteva usura, non accettava speculazione, rifiutava il dominio dell'uomo sull'uomo, rigettava le ipocrisie correnti, il bigottismo di maniera, l'opportunismo che si fa pubblica virtù. Si univa ai miseri e ai lebbrosi, agli umili della terra predicando compassione e carità, circondato da una borghesia farisea incapace di compassione e praticante la carità solo quando utile ad esaltare la propria condizione.


Così il Cristo, l'agnello di mansuetudine di Dio, venne sacrificato tra beffe e schiamazzi, insulti e motteggi, e oggi il rito si ripete nelle mense borghesi in cui l'agnello sacrificato al proprio Mito diviene alimento sbranato, divorato e digerito dagli eredi di casta, un tempo farisei e oggi borghesi, che uccisero il Verbo.


Accadde forse nei primi giorni di primavera dell'anno 33, ma qualcuno, forse un santo o forse un indovino, affermò che da quel giorno si sarebbero contati gli anni, mille e non più mille, per il ritorno del Verbo tra gli uomini.


 
 
 

1 commento


Linda
15 mar

Testo denso e provocatorio. Più che una ricostruzione storica è una riflessione simbolica sul conflitto eterno tra verità e interesse. La figura del Cristo diventa qui il paradigma di una verità scomoda, che mette in crisi l’ordine costituito e per questo viene sacrificata.

Forse il punto più interessante non è stabilire chi avesse ragione allora, ma riconoscere quanto questo schema si ripeta nella storia, quando la verità disturba, spesso la società preferisce la forza, l’utilità o la convenienza.

La Pasqua, letta così, non è solo memoria religiosa ma anche domanda filosofica... quante volte, collettivamente o individualmente, scegliamo Barabba invece della verità?

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