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PLATONE L'INDIANO

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 7 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

La distinzione platonica tra Corpo e Anima, distinzione che si rivelò critica per l'intero pensiero occidentale, deriva da precedenti filosofie orientali, indiane e persiane. Sarebbe allora importante ricostruire i percorsi della filosofia evitando di attribuire la primazia all'occidente.


Che la filosofia, per come la intendiamo nelle accademie e nelle aule scolastiche, sia nata improvvisamente dalle parti delle coste occidentali dell'Anatolia attorno al VII° secolo Avanti Cristo è un'idea piuttosto paradossale, utile essenzialmente a definire un primato, una primazia attribuibile al nostro modello culturale, prima ellenico, poi romano, quindi cristiano e infine occidentale.

L'ipotesi per cui improvvisamente siano nati i Parmenide dell'Essere permanente e l'Eraclito per cui tutto scorre, l'Empedocle delle Quattro Radici mosse dai Sentimenti Odio e Amore e il Pitagora matematico delle sfere armoniche o il Democrito atomista, quasi come se in quell'area fosse apparso un Monolite in stile 2001 Odissea nello spazio è alquanto improbabile.

Alquanto più probabile un flusso di idee portato insieme con il commercio e gli spostamenti di quelle popolazioni orientali, in particolar modo quelle appartenenti all'India e alla Persia attuali, in cui l'elaborazione filosofica, astrologica, astronomica e matematica era già sostenuta.

Si trattava di popolazioni sospinte verso occidente dalla sviluppo impetuoso del primo impero persiano, apparso attorno al 560 avanti Cristo, pertanto perfettamente in coerenza con l'ipotesi che propongo e sostengo.

Di quel pensiero filosofico originario rimangono pochissime tracce, la maggior parte cancellate dal trascorrere della storia, dall'essenza di strumenti permanenti di conservazione degli scritti, dall'inevitabile nomadismo delle popolazioni mesopotamiche, ma alcuni riflessi permangono nelle mitologie orientali.


Dalle Upanishad a Schopenhauer

Se nelle Upanishad composte tra il IX° e il VII° secolo a.C ritroviamo il concetto di “realtà come apparenza” e dell'”Unità dell'essere eterno e immortale”, e nella filosofia Buddista l'idea simile di “realtà velata” e di distinzione tra apparenza e sostanza, nelle stesse opere ritroviamo, in largo anticipo rispetto al pensiero occidentale, i concetti di Anima, di reincarnazioni, di Nirvana (paradiso) raggiungibile attraverso un percorso di miglioramento costante e di espiazione del peccato, ovvero gli elementi sostanziali che saranno successivamente attribuiti al Platonismo.

L'anima per Platone è immortale e preesiste al corpo, mentre nelle Upanishad l’atman, anima individuale, è eterna e identica al Brahman, spirito universale: in entrambi i casi, la conoscenza è un percorso che va oltre ciò che appare ai sensi.

La realtà è apparenza sarà concetto permanente che ritroveremo ancora nel “velo di Maya” proposto da Schopenhauer nel XIX° secolo. L' identità tra Anima individuale e Anima universale avrà un ruolo importante nella definizione delle Monadi di Leibnitz.

Il pensiero ellenico, allora, non sarebbe originale, ma frutto di una elaborazione su schemi e riflessioni già presenti e abbondantemente elaborati nel mondo orientale, un mondo che abbiamo sempre “finto di ignorare”, motivati essenzialmente da una permanente conflittualità commerciale e territoriale.


Il debito orientale

Va aggiunto un elemento: gli scritti dei filosofi ellenici non giunsero a noi direttamente, ma vennero riscoperti dall'Occidente durante le Crociate, quando il confronto con il mondo arabo consentì di riscoprire gli scritti di Platone e di Aristotele, di tradurli in latino e di avviare un'instancabile, e tuttora in corso, riflessione in materia.

Le distruzioni avvenute nel corso dei secoli, molte a causa dei Romani, altre con le prime invasioni barbariche, e l'incendio della Biblioteca di Alessandria per mano dei primi cristiani, avevano tolto quei gioielli del pensiero al mondo europeo, e fu solo grazie al “nemico” arabo che potemmo tornare a studiare quel pensiero e quella tradizione strutturale del pensiero. Agli Arabi, peraltro, dobbiamo anche l'utilizzo della numerazione e dei principi algebrici: non poca cosa.


Platone, l'Anima e Cartesio

Platone, pertanto, o meglio la sua scuola, svilupparono in larga misura idee pre-esistenti, formulandole in un linguaggio o in metafore adatte a farne attività economica (le diverse Scuole e Accademie) trasferendo all'interno di un mondo bellicoso e ignorantissimo (quello ellenico e mediterraneo del tempo) una possibilità evolutiva per quanto attinente al pensiero.

Platone e accoliti fecero sicuramente bene: diverso, piuttosto, fu l'affermarsi dei vari platonismi successivi o l'integrazione acritica tra l'elaborazione filosofica di Aristotele e la Scolastica cristiana.

L'eredità platonica di netta separazione tra anima e corpo sottrarrà al pensiero occidentale la meraviglia di un pensiero olistico secondo cui l'Anima è il corpo, ovvero il Corpo assume la forma strutturata dall'anima, come se l'Anima fosse la Vibrazione, l'Onda, la Frequenza, e il Corpo la Particella, la struttura fisica a lei corrispondente.

Platone afferma la distinzione tra Anima, immortale, e corpo: una distinzione sostanziale che ci porta dritti a Cartesio, alla separazione tra Res Cogitans e Res Extensa che i maligni, soggetti che nel settore filosofico abbondano oltre misura, attribuiscono alla necessità cartesiana (e non solo cartesiana) di tenersi buoni i potentissimi cattolici del suo tempo che osservavano con sospetto le sue attività scientifiche, cattolici che avrebbero potuto da un momento all'altro accusarlo di eresia, con conseguenze non proprio gradevoli.


Pensiero rimasticato e traguardo mancato

Tra le cose che maggiormente rendono sgomento chi scrive queste note è il fatto che, ci piaccia o meno, rimastichiamo le stesse idee da almeno duemilacinquecento anni, qualcosa in più se estendiamo la riflessione al pensiero originario indiano.

Altra cosa che trovo rimarchevole è l'ostinarsi a volersi appropriare, come competenza esclusiva, di un modello di pensiero e di dinamiche filosofiche che appartengono quanto meno all'Eurasia intera, non essendo propriamente frutto originale e unico del pensiero mediterraneo.

Il pensiero rimasticato riguarda non solo la filosofia, che dopo due millenni ha trovato sbocchi alternativi e liberatori nelle diramazioni della scienza e della sociologia, dell'economia e della politica, ma l'intera struttura culturale e sociale per due millenni governata e controllata da un pensiero cristiano, e per esteso dallo schema monoteista, che rispetto alla Scuola di Platone ha compiuto minimi progressi di elaborazione, tendendo all'auto riproduzione in quanto rivelazione immodificabile.

Forse, ma è un “forse” grande quanto un grattacielo, la distinzione tra Anima e Corpo ha favorito lo sviluppo del pensiero scientifico, così almeno si tende a far credere, ma la fisica delle particelle sembra remare contro rispetto a quella tradizione, individuando nell'unità sistemica e olistica tra frequenza (onda, vibrazione) e struttura materiale il percorso necessario per una nuova comprensione di quella che definiamo realtà apparente.

Insomma, Platone e le sue idee potrebbero aver impedito all'occidente di avvicinarsi alla comprensione del mondo. Non male per il più applaudito campione del pensiero occidentale.

Non male per un mondo crsitiano che si afferma, da che ha coscienza di sé, come più evoluto e competente rispetto alle altre culture e tradizioni.

Il traguardo della Conoscenza è ancora lontano e forse varrebbe la pena riconsiderare lo studio filosofico sotto nuove prospettive.


1 commento


Linda Parroco
07 apr

Il tuo articolo invita a una riflessione profonda sul concetto di origine e circolazione del pensiero. Se Platone e la filosofia occidentale non fossero che rielaborazioni di idee già presenti nel mondo indiano e persiano, ciò non sminuisce la loro importanza: piuttosto, ci ricorda che la conoscenza umana è cumulativa e interconnessa, non mai isolata.

Il problema della distinzione tra anima e corpo, che Platone formalizza e che Cartesio riprende, può allora essere visto non come un dogma da accettare acriticamente, ma come un punto di partenza per una riflessione più ampia... la realtà potrebbe essere un continuum in cui ciò che chiamiamo “spirituale” e “materiale” non sono entità separate, ma due modi di percepire la stessa totalità. Come suggerisce…


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