QUALCOSA E' CAMBIATO
- Gilberto

- 7 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Nel '900 “popolo” non era solo un termine politico.
Fabbriche, sindacati, quartieri, organizzazioni erano luoghi in cui le persone condividevano tempo, lavoro, conflitti e aspettative.
Il “popolo” esisteva in quanto attore di condizioni materiali comuni tra le persone. Oggi quella forma sociale è in via di estinzione ma il linguaggio che la descrive è rimasto immutato.
Le Masse sono scomparse perché sono scomparse le strutture sociali che le rendevano tali.
Precarietà, mobilità e frammentazione del lavoro hanno dissolto l'esperienza collettiva stabile trasformando il precedente “noi” della collettività in una forma puramente retorica.
“Popolo” è oggi immagine mediatica, risorsa linguistica da utilizzare nei social e nei talkshow: non è un soggetto attore della propria storia ma un pubblico frammentato e eterogeneo che reagisce, non più categoria sociale ma simbolica e come tale manipolabile.
Gli appelli politici non parlano alle “masse” ma ad individui connessi, ad emozioni sincronizzate sull'insicurezza, la rabbia e la paura.
La politica di ieri produceva identità durevoli, quella odierna genera opinioni temporanee e l'etica politica di un tempo si dissolve nella mancanza di coscienza collettiva.
La collettività di ieri è bolla emozionale di oggi, temporaneità effimera della condizione presente.
Non serve il rimpianto del passato ma il riconoscimento del fatto che la Società è radicalmente cambiata, che la partecipazione avviene in forme rinnovate, che il popolo non si è diluito nel disinteresse ma non si rileva in assenza di adeguata rappresentanza.
Il Popolo non è morto ma è divenuto irriconoscibile al linguaggio della politica, ha assunto forma liquida rispetto alla tradizione solida e materiale.
Per questo è fondamentale cercare non solo un nuovo linguaggio ma un'intera categoria di filosofia politica.





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