SE IL POPULISMO E' BUON SENSO
- Gilberto

- 2 giu
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Osannare la Repubblica e glorificare la Costituzione mentre si sostengono opzioni globaliste di mercato e forme di governo sovranazionali che svuotano il Paese delle sue risorse è pura retorica menzognera.
Da una parte i soliti soloni dei salotti giornalistici e televisivi, quelli che inneggiano all'UE, all'Euro, alle politiche avviate da Frau Von der Leyen e all'aggressività di tale KajaKallas.
Sono gli stessi delle fusioni bancarie, della necessità di ampliare e internazionalizzare, di globalizzare, ovvero di tutte quelle manovre a sostegno del Capitale che hanno prodotto delocalizzazione, deindustrializzazione, impoverimento, sotto occupazione e nuove ondate migratorie di cervelli neolaureati.
Dall'altra parte chi sostiene che le splendide teorie della nuova economia lib-lab si trasformino in tragedia una volta affermate sul piano della realtà economica nazionale, non diversamente da come il magnifico socialismo ideale divenne catastrofe una volta applicato in termini di pianificazione statale.
I primi, però, la sanno lunga e per denigrare e fare apparire beoti i secondi li appellano con epiteti ingiuriosi, quali sovranisti o populisti, conservatori se non addirittura fascisti.
I primi da una parte osannano la Repubblica e glorificano la Costituzione, e dall'altra picconano le radici economiche della società generando un deserto su cui vige la regola della necessità, del bisogno, del tirare avanti alla meglio che si può in una totale assenza di Fiducia e di Prospettive, tanto individuali che sociali.
Allora forse conviene individuare le radici del buon senso in quella categoria tristemente dipinta dai salotti della stampa che conta, e senza neppure invocare una esausta Patria, termine ormai desueto, affermare che se un Territorio non dispone di produzione e lavoro è un Territorio che muore.
Se la produzione presente in un Territorio non dispone di Energia a basso prezzo è una produzione che non compete nel pianeta dei commerci.
Se chi lavora non ha risorse sufficienti da spendere allora l'economia del Territorio si paralizza.
Non servono Galbraith, Rifkin o Draghi per comprendere ciò che scrivo.
Così se il vituperato populismo altro non è che la ricerca di difendere e sostenere le economie territoriali, allora ritengo che quel populismo debba essere sostenuto.
Così se nei salotti che contano si apostrofa di fascismo chi vuole frenare la corsa al potere di tecnologie che stravolgono per proprio interesse e necessità l'ordinamento degli Stati, che ordinano la riforma delle normative a proprio vantaggio, che deformano l'organizzazione del lavoro per meglio capitalizzare la creazione di Valore, allora forse conviene fermarsi e domandarsi cosa sia davvero quel fascismo, sempre che sia tale, se non la difesa degli interessi di società poste sotto assedio da una rivoluzione tecnologica e economica di portata planetaria.
Nei salotti buoni del giornalismo che conta ci si scandalizza per l'ascesa dei fenomeni etichettati come populisti e non ci si vuole accorgere che quell'ascesa è determinata dalla propria inazione, dal plauso al globalismo, dal sostegno alle nuove tecnologie, dalla contiguità della politica rispetto a quelle economie, dalle norme che hanno liberalizzato il lavoro, dalle privatizzazioni che hanno generato oligarchie.
Il populismo odierno, come ogni “ismo” dei secoli trascorsi, nasce, cresce e si sviluppa sugli errori politici compiuti dai fiancheggiatori dell'economia del Capitale e gli orrori sociali da quelli generati.





Condivido l'idea che un territorio senza lavoro, produzione e prospettive sia destinato ad impoverirsi. Tuttavia credo che il dibattito non debba ridursi a una contrapposizione tra globalismo e populismo. La vera sfida è trovare un equilibrio tra apertura ai mercati, innovazione e tutela dell'economia reale, delle imprese e dei lavoratori.
Molti cittadini esprimono disagio perché vedono salari fermi, servizi in difficoltà e opportunità che diminuiscono. Ignorare queste preoccupazioni e liquidarle con etichette non aiuta a risolvere i problemi. Allo stesso tempo, servono proposte concrete e sostenibili, non solo slogan.
Una possibile soluzione potrebbe essere investire con decisione nella produzione locale, nell'energia a costi competitivi, nella formazione tecnica e professionale dei giovani e nel sostegno alle piccole e medie imprese che…