QUALCUNO HA DETTO RA-ZIST?
- Gilberto

- 10 feb
- Tempo di lettura: 3 min
La procura di Milano, unica in Italia, avvia un'indagine sullo sfruttamento del lavoro in capo al servizio di Delivery, uno sfruttamento che si fa forte del sottile razzismo dei suoi clienti.
Il fenomeno era talmente evidente che nessuna Procura ha alzato un sopracciglio per capire come funzionasse, perchè forse neppure nelle Procure si desidera sollevare il velo che copre le forme dello sfruttamento più sfacciato.
Uno sfruttamento che è nelle corde di quel modello economico e sistemico che chiamiamo capitalismo, sistema talmente penetrato nell'animo dei cittadini da fare da complemento all'avidità, al narcisismo e alla pigrizia che di questo specifico sfruttamento sono palesemente complici.
Il tempo di un panino
Lecito domandarsi se davvero i clienti dei servizi di delivery non abbiano il tempo per scendere al bar sotto l'ufficio per farsi fare un panino o riscaldare un piatto preconfezionato: evidentemente sono così impegnati a generare profitti da non potersi allontanare un attimo dalla loro scrivania.
Lecito domandarsi se chi si sprofonda nel guardare qualcosa a casa propria non possa trovare un quarto d'ora per cucinare due spaghetti o mettere una pizza in forno oppure, in alternativa, non trovi la forza di spegnere l'ammenicolo e uscire per andare a consumare qualcosa fuori.
L'insieme di questi elementi che giocano tra l'avidità del profitto, la pigrizia del consumatore e il narcisismo del razzista piccolo piccolo che fa galoppare gli schiavi per ottenere un ridicolo servizio, ha generato un modello diffuso di sfruttamento brutale, che non riconosce agli sfruttati alcuna dignità, e neppure i danni eventuali in capo all'esecuzione dell'attività stessa.
Pedala, schiavo !
Perchè di razzismo si tratta e sarebbe stupido negarlo. A portare la cena suonando al citofono non troviamo una biondona svedese in minigonna e pattini a rotelle, sorridente e comprensiva alle nostre esigenze, ma un povero cristo che ha attraversato qualche continente sperando di trovare una possibilità di vita e si trova condannato a pedalare come un cicilista professionista per soddisfare esigenze meschine di gente che crede di essere Potente in virtù di un servizio disponibile.
Gente che meriterebbe ci fosse un Dio di impronta dantesca per finire congelata in eterno con l'unica possibilità per riscaldarsi di dare fuoco ai propri averi.
Gente che non esiterebbe a usare gli stessi schiavi per farsi portare a spasso in risciò, rinverdendo i peggiori modelli di colonialismo bianco, la stessa gente che non prova orrore per gli abusi, le violenze, le atrocità che il potere persiste ad affermare e che la cronaca, puntualmente, riporta.
Gli Indifferenti, la Noia e le 120 giornate
Sarà passato mezzo secolo circa, vado a memoria, dalla pubblicazione dei romanzi di Moravia – La Noia, gli Indifferenti, il Conformista - e altrettanti dall'uscita del film di PPP, le 120 giornate di Sodoma.
Il clima culturale è il medesimo, anzi si è persino incancrenito, avviticchiandosi su se stesso come riflesso dell'esasperazione del modello capitalista.
La Noia si è impossessata dell'occidente generando un'indifferenza spietata e ostile, tremebonda dell'altro e del diverso, ansiosa di dimostrare la propria superiorità attraverso l'ostentazione del potere, dell'economia, della relazione, del denaro: l'indifferenza dei Conformisti, di quelli che pur di sopravvivere si adeguano a tutto, non vedono nulla, si nascondono la verità pur manifesta.
Moravia e Pasolini avevano ben compreso quale sarebbe stato il frutto dei semi gettati negli anni '60 da quell'entusiastico sviluppo economico, da quel nuovo modello culturale che dall'altra sponda dell'Atlantico veniva traslocato, e oggi ne osserviamo, appunto, i frutti.
Una rigurgito di totalitarismo, un ritorno della violenza diffusa, dell'aggressività esasperata, dello sfruttamento e della prevaricazione, della smania di controllo e del piacere dell'oppressione.
E intanto si finge che tutto sia normale, che l'Umanità sia questa roba qui.





Quello che descrivi non è un’astrazione “filosofica”, è carne viva.
Io l’ho vissuto sulla mia pelle: in una piccola azienda da Bodo, d Cavaglià, Biella ero in qualità. Sono partita con una macchina, poi sono diventate due, tre, quattro… finché un giorno arrivo ed ero da sola, risposta dei proprietari quando chiedo come mai fossi presente solo io quel giorno: perché “tanto tu sai usare i macchinari”.
Niente pause, niente servizi. A quel punto non è più lavoro: è sfruttamento puro, grottesco, quasi da commedia all’italiana se non fosse tragico. Mi sentivo davvero come nella scena di Lino Banfi: “se mi date anche un bastone…” 😓
E non è stato un episodio isolato: catene di montaggio, Filatura… stesso schema, stessa…