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ENERGIA O SALARIO MINIMO?

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 15 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

La domanda è in realtà un dilemma: sono in grado le PMI di fare fronte ad un aumento del costo del lavoro mentre pagano l'energia oltre il 30% in più rispetto alla concorrenza europea?

E inoltre: ha ancora senso parlare di “lavoro” in termini tardo sindacali e novecenteschi?


Parliamo obbligatoriamente di PMI perchè l'industria applica già contratti il cui valore minimo è pari o superiore ai mitici “9 euro orari” richiesti a gran voce dai partiti di opposizione.

Partiti che meglio farebbero a domandare ai sindacati di riferimento il perché le soglie salariali siano ancora così inique per un gran numero di lavoratori e che fingono di non sapere che ben volentieri molti imprenditori retribuirebbero con migliori salari i propri collaboratori, ma esiste un grande ma.

Nel passato le imprese italiane competevano nello scenario globale giocando sulla svalutazione competitiva della Lira rispetto alle altre divise, in particolar modo rispetto a Franco Francese e Marco Tedesco.

Da che vige l'Euro, che impedisce la svalutazione competitiva d'antan, il criterio competitivo si è diretto sul costo del lavoro, mantenuto oltremodo basso per contenere, anche, gli effetti derivati dagli incrementi dei costi energetici, vero salasso in termini di costi d'impresa ma, soprattutto, vero danno in termini di competitività italiana nello scenario continentale.

Pagare l'energia dal 30 al 45% in più rispetto alle concorrenze europee significa, per provare a rimanere competitivi, tagliare tutti i costi possibili, ed ecco allora le inosservanze in materia di sicurezza e di formazione, le retribuzioni inique e gli stipendi irrisori.

Lo Stato, peraltro, è socio dei grandi player italiani dell'energia, siano essi ENI o ENEL, per cui sul caro bollette marginalizza nei dividendi aziendali forse in misura persino maggiore di quanto non otterrebbe a fronte di diffusi incrementi salariali e relative tassazioni.

Ovviamente la scelta tra le due forme di introito erariale, ovvero tra dividendo energetico o imposte dirette sulle voci salariali, fa capo alla politica così come agli studi della ragioneria generale, ma di certo si può affermare che in assenza di una riduzione sensibile dei costi dell'energia ben poco potrà risolversi a favore dei salari.

Implicita la ricaduta sulla pochezza dei consumi interni, frenati a loro volta dalla diffusa povertà salariale, ed esplicita la ridotta captazione fiscale, a partire dall'IVA, sugli scarsi consumi.

Così se da una parte l'Etica del lavoro vorrebbe migliori salari, migliorando i consumi e la vita dei connazionali, l'occhio dell'economia reclama energia a costi inferiori e lamenta la manifesta assenza di una programmazione e pianificazione energetica nazionale che, se esiste, non viene comunque adeguatamente comunicata.

La realtà nazionale, però, vive la questione salariale come elemento concretamente critico: la pochezza salariale frena la crescita della domanda interna mentre la competizione al ribasso tra precari del lavoro definisce un'ulteriore riduzione del costo del lavoro in non pochi settori: ora, ad esempio, con l'attuazione prevista del Mercosur le retribuzioni in agricoltura, già miserrime, potrebbero ulteriormente diminuire nel tentativo di mantenere un livello di concorrenza e competitività tariffaria tra la produzione interna e quella latinoamericana.

Osserviamo, per inciso, che le prospettive produttive defniscono un mondo sempre più energivoro (alla faccia della Sostenibilità tanto declamata!) e sempre più basato sulla svalutazione salariale come elemento competitivo: laddove possibile il lavoro retribuito viene sostituito da robotica e cibernetica, laddove possibile il lavoro fisso viene sostituito da quello episodico o a distanza, ovunque si volga lo sguardo il concetto stesso di “lavoro” assume valenze lontanissime da quello relativo alla fine del secolo trascorso, mentre ogni forma di produzione e di applicazione, dall'industria alla domotica per non parlare della connettività o dei trasporti, necessita di volumi di energia sempre maggiori, basti pensare ai sistemi di raffreddamento dei supercomputer che forniscono i dati essenziali alla connessione quotidiana di miliardi di utenti.

Meglio farebbero, insomma, opposizione e sindacati a concentrarsi sul nuovo significato del termine “lavoro” e sulle sue declinazioni.

Le armi dialettiche del novecento, in materia lavorativa, sembrano al momento divenute superflue e spuntate.



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