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STATO E CITTADINI

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 28 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Si ha l'impressione che l'interesse e le necessità degli Stati occidentali siano sempre più divergenti rispetto all'interesse e alle necessità dei cittadini fino a creare una vera e potenzialmente letale contrapposizione L'argomento può sembrare complesso e cerco di presentarlo nel modo più semplice possibile.


La questione ha radici lontanissime e affonda nel lento emergere della figura dei “Mercanti” tra il 1000 e il 1400. Inizialmente poco considerata in una società divisa tra chi prega (clero), chi combatte (cavalieri) e chi poduce cibo (contadini) la figura del Mercante cresce e si afferma non solo nella sua funzione di commerciante ma anche, e in misura sempre maggiore, quale “prestatore di denaro”. I ricchi commercianti dispongono di “banchi” nei Mercati in cui avvengono richieste di credito e cessione di prestiti, mentre in altri spazi si esercita in ampio grado l'usura, ferocemente condannata dalla Chiesa.

L'affermazione dei Mercanti è tale che condurrà due famiglie di conciatori e commercianti tessili fiorentini, i Pazzi e i Medici, ad un confronto armato teso alla gestione del patrimonio Vaticano.

Da quel tempo i banchieri, i titolari dei banchi, prestano denaro agli Stati comunque intesi.

Esiste qindi, indipendentemente dal regime politico più o meno democratico, un rapporto di necessità tra Stato e banche, rapporto che si esplicita in misura evidente nella tentata vendita di Titoli di Stato (Bot, CCT et al) ai grandi gruppi bancari e finanziari che, con i loro acquisti, tengono in vita, letteralmente, gli Stati.

Maggiore la difficoltà dello Stato a mantenersi in vita e maggiore è l'influenza dei banchieri: in Italia non furono affatto casuali le presidenze del Consiglio affidate a Ciampi, Monti e Draghi, l'ultimo dei quali ormai detta le condizioni in Europa data la notevole difficoltà dell'Unione nel reggere in termini di Esercizio Consolidato tra Stati deficitari.

L'Occidente è travolto dal Debito.

Negli USA sono 38.000 i miliardi di Dollari che definiscono il debito pubblico (+120% rispetto al PIL) nel 2025, formando un “consolidato storico” da quasi 40 trilioni di Dollari, mentre il debito privato si aggira, costantemente dal 1990 ad oggi, tra il 130 e il 150% del PIL annuale.

Le politiche commerciali poste in atto dalla presidenza Trump hanno per obiettivo ribaltare il rapporto di interscambio commerciale con l'estero incassando quanti più dazi possibili anche se i nuovi prezzi determinano un'inflazione importata e si riverberano negativamente a sfavore della popolazione meno abbiente. La politica dei dazi ha avuto un effetto straordinario: il disavanzo commerciale degli USA è passato da 774 miliardi di dollari nel 2023 a 53 miliardi nel settembre 2025, mentre la politica monetaria per ridurre il debito pubblico è ancora lontana dal trovare soluzioni e il debito privato, stimolato dall'inflazione importata con i dazi, tende non solo a non diminuire ma a rischiare il collasso dell'insolvibilità.

Gli USA sono un ottimo esempio, ma la situazione non è affatto diversa in UE, a partire dagli Stati di maggiore impatto, Germania e Francia, dove il crollo della produzione industriale conduce ad un incremento delle posizioni debitorie, pubbliche e private, e a minori garanzie rispetto alla solvibilità dei debiti.

La condizione che si osserva, pertanto, è di palese sudditanza della politica rispetto al sistema bancario, e per estensione di gestione dei capitali all'interno di un sistema fondato sul Capitale: al momento sono banche, assicurazioni e fondi speculativi che mantengono in vita gli Stati nazionali e le rispettive economie.

Gli Stati, quindi, all'interno di un sistema capitalista che solo nel riconoscimento del debito si afferma, definiscono come primo obiettivo di sopravvivenza la possibilità di risultare solvibili nei confronti dei rispettivi creditori: tutto il resto passa in secondo o terzo piano.

Ciò che, diversamente, potrebbe mettere a rischio in termini di cespite di spesa credibilità, fiducia e solvibilità viene ridotto, tagliato, rimandato sine die nella speranza che un “nuovo modello di produzione” consenta il rilancio dell'economia e, con quello, una migliore gestione erariale (maggiore attività economica e maggiore entrate fiscali).

Sulla materia fiscale e le diverse tecniche di fiscalità si potrebbero spendere decine di pagine ma evito l'argomento nei suoi tecnicismi: diciamo soltanto che a seconda dell'orientamento politico di governo, conservatore o progressista, possono essere determinate forme diverse di fiscalità. La politica dei conservatori tende a sostenere le imprese riducendo la fiscalità e i servizi posti in essere dagli Stati a favore dei cittadini mentre (in teoria) i progressisti incrementano la fiscalità a carico dell'universo contributivo per poter contestualmente mantenersi solvibili e rendere servizi alla cittadinanza. Ho scritto in teoria perché recentemente, tanto negli USA (Obama e Biden) quanto in Italia, i governi progressisti hanno mantenuto elevata la fiscalità sostenendo con quella l'incremento delle spese pubbliche, ovvero affermando un gigantismo della macchina amministrativa teso fondamentalmente ad un patto sodale di mantenimento dei reciproci poteri mentre ben poco è arrivato, in termini di servizi e welfare, ai contribuenti di minor portata economica.

Il nodo cruciale della questione, tuttavia, non è tanto dovuto allo schema politico scelto di volta in volta dall'elettorato ma, piuttosto, al “modello economico” in cui tutti si trovano ad operare.

Se il modello capitalista nasce dalla cessione del credito e dall'intero apparato normativo costruito nei secoli per “difendere le ragioni dei creditori”, ovvero del capitale, e se, come insegna la Storia, l'intero fenomeno capitalista si definisce in un confronto armato tra Stati per la conquista delle risorse di volta in volta necessarie, con i corollari colonialisti e imperialisti del caso, allora forse dovremmo mettere mano al “sistema” per provare a garantire ai cittadini un diverso rapporto con lo Stato e, agli Stati, un differente rapporto tra di loro.

Il modello Capitalista impone il conflitto come elemento competitivo, definisce rigidamente i confini proprietari, non attribuisce alla sussidiarietà alcun valore e disconosce l'etica come elemento relazionale.

Se vogliamo che il rapporto tra Cittadini e Stato si sviluppi in termini di reciproco riconoscimento e sostegno dobbiamo risolverci ad affrontare la tematica che definisce lo scenario e il contesto operativo, ovvero l'impianto economico di fondo, il capitalismo.


1 commento


Carmelinda Parroco
Carmelinda Parroco
28 dic 2025

Hai dipanato con chiarezza un filo storico ed economico che spesso viene trascurato, mostrando come l’apparente “autonomia” degli Stati occidentali sia, in realtà, fortemente condizionata dal capitale e dai creditori. L’analisi che parte dai mercanti medievali fino ai banchieri moderni mette in luce un meccanismo ricorrente: gli Stati, indipendentemente dal colore politico del governo, agiscono prima di tutto per garantire la propria solvibilità e quella dei propri creditori, relegando al secondo piano le esigenze reali dei cittadini.

Il dato sorprendente non è solo la crescita del debito pubblico e privato, ma il fatto che la politica stessa si trovi spesso in posizione di subalternità rispetto agli interessi finanziari, tanto da trasformare figure come Ciampi, Monti o Draghi in arbitri del…

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