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PRIVATIZZARE LO STATO ?

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 5 min

L'idea che l'amministrazione Trump abbraccia è quella di privatizzare gli Stati e trasformare le attuali istituzioni sovrastatali in società d'affari. Davanti a queste ipotesi cosa può fare la UE ?


“L'Etat c'est moi!” affermava un noto Re, Luigi XIV di Francia, a cui sembra che Trump voglia ispirarsi preso com'è nella sua frenesia di trasformare gli Stati Uniti in un Impero sul cui trono, vita natural durante, possa lui stesso sedersi.

Lo smantellamento delle istituzioni interne, lo svuotamento di buona parte della burocrazia grazie al pretesto, neppure troppo velato, di un significativo risparmio di risorse finanziarie, viaggia di pari passo con l'aperta ostilità da parte di Trump rispetto a Enti di controllo e di contrappeso politico, dalle magistrature statali alla FED, tutti colpevoli di remare contro alla linea d'azione presidenziale.

Ciò che può apparire come un normale scontro istituzionale cela, però, un ben diverso progetto che risponde all'idea di privatizzare lo Stato e le sue principali funzioni.


Il pretesto economico

Con un debito pubblico che sfiora i 40 trilioni di dollari, all'atto 38mila miliardi e spiccioli, e un indebitamento privato di pari livello gli USA hanno la priorità assoluta di rastrellare risorse con una mano e limitare le uscite con l'altra. Da qui, possiamo immaginare, l'idea di operare imitando lo stile di Javier Milei, l'argentino con la motosega, reso anche celebre per il suo video in cui manifestava l'intenzione di cancellare quasi tutti i ministeri e i relativi costi, staccando cartellini da una lavagna e gridando “afuera!”.

Non sembra che la politica finanziaria di Milei abbia prodotto brillanti risultati (il Paese sta ancora in piedi grazie a un aiutino statunitense da 50 miliardi di dollari), ma il paragrafo precedente spiega forse la smania trumpiana di mettere le mani su quante più fonti energetiche possibili obbligando gli alleati ad acquistare dagli USA e in USDollari l'energia necessaria per fare fronte ai crescenti consumi che la tecnologia comporta.

Vale la pena osservare infatti che la tanto decantata “Sostenibilità energetica” non prevede affatto la diminuzione dei consumi come una certa propaganda ambientalista proclamava, bensì l'implementazione delle fonti di produzione dell'energia a fronte di un consistente incremento dei consumi.


Trump e la FED

Le condizioni critiche del bilancio USA mettono il business man Trump in aperto contrasto con la direzione della Federal Reserve: l'uno vorrebbe tassi di sconto azzerati, l'altro vuole contrastare sia l'inflazione che il declino valutario del dollaro e non può certamente tagliare il costo del denaro. Questa battaglia ha raggiunto un livello di tensione mai precedentemente sperimentato negli USA proprio mentre il Dollaro Statunitense comincia a perdere, oltre al valore di scambio, la qualità fino a ieri percepita di “bene rifugio” a favore dell'Oro e persino dell'Argento.

Un argomento scottante, quello valutario, posto ancor più in crisi dalle nuove politiche economiche e finanziarie avviate dai Paesi aderenti ai BRICS, politiche sostenute da nuovi canali interbancari e dai termini di pagamento degli scambi internazionali, a partire dalle materie prime e dall'energia, svincolati dall'utilizzo del Dollaro Statunitense come moneta unica di riferimento.

Lo scenario, quindi, è di estrema tensione e gli USA di Trump sembrano giocare la carta del tutto per tutto, del “o la va o la spacca”: o gli USA diventano Impero e gestiscono le risorse delle nuove colonie o rischiano il default.


Privatizzazioni e Business

Palese il fatto che un'eventuale default statunitense non farebbe comodo a nessuno, a partire dai grandi titolari di debito pubblico USA, siano essi Banche, gruppi finanziari speculativi o Enti Statali come la Bank of China, che sta gradualmente e incessantemente rilasciando milionate di T-Bond a scadenza. Il Default americano viene interpretato negativamente, ma un serio indebolimento statunitense farebbe gioco a favore dei BRICSe della Cina in particolare.

Per frenare l'emorragia finanziaria l'amministrazione Trump ricorre alle privatizzazioni.

Un accenno di questa politica è riscontrabile nella revisione della spesa sanitaria avviata dal Segretario alla Sanità Kennedy che esclude i bambini dall'obbligatorietà vaccinale, ovvero dalla spesa pubblica relativa, affidando al sistema assicurativo privato la vaccinazione per le malattie più rilevanti.

Lo smantellamento della funzione pubblica e del welfare si definisce anche nell'azione, pesantissima e scriteriata, dell'ICE nella sua caccia ai migranti e ai residenti irregolari, ognuno dei quali corrisponde ad un “costo” a carico del welfare statunitense.

Nella sua interpretazione dell'amministrazione federale Trump non individua cittadini ma soggetti economici: chi produce a favore dell'erario quanto consuma in termini di servizi può restare, chi rappresenta un costo è meglio che se ne vada.

Da qui, forse, il consiglio nutrizionale proposto fin dalle scuole primarie da Kennedy che suggerisce al popolo una dieta carica di grassi saturi e colesterolo, così da ridurre il problema pensionistico riducendo, crediamo in misura sensibile, le aspettative di vita dei meno abbienti.

Come in ogni Privatizzazione che si rispetti, quindi, si affacciano fenomenali opportunità di Business per chi subentra allo Stato nella gestione dei servizi essenziali, e lo stesso meccanismo mentale viene ripreso da Trump nel progetto Board of Peace, sorta di piccola ONU privata, con partecipazione a pagamento (1 miliardo di dollari a testa), presidenza ad libitum e gestione del patrimonio sociale affidati a Trump.

Nulla, in pratica, viene tralasciato o trascurato: gli USA escono da un numero impressionante di Organizzazioni e Istituzioni internazionali e, all'occorrenza, avviano forme speculari di impronta privatistica.


Come reagire allo tsunami trumpiano?

L'impatto della conversione privatistica dell'amministrazione statunitense sul sistema politico e delle relazioni internazionali è sotto gli occhi di tutti: non passa giorno senza che lo psicodramma definisca una nuova puntata di un reality show fin troppo reale.

Allo psicodramma si aggiunga l'ipotesi, neppure troppo marginale, di un possibile conflitto tra alleati sul suolo groenlandese, conflitto che segnerebbe la fine improvvisa di quasi un secolo di accordi e relazioni euroatlantiche, con imprevedibili ricadute e conseguenze.

Se non si vuole, e non si può, ricorrere al confronto militare con gli USA in una sfida che penalizzerebbe sicuramente l'Unione Europea, c'è però parecchio da fare in ambito economico e commerciale.

Gli accordi di collaborazione avviati dal Canada, minacciato a sua volta di invasione da Trump, con India e Cina sono paralleli alle dichiarazioni di Macron secondo cui è necessario tornare a parlare con Russia e Cina (elemento questo che consentirebbe a Macron e alla Francia di contenere i danni che la presenza Russa e Cinese apporta alle sue finanze nelle ex colonie africane, elemento questo che nello scenario complessivo internazionale ha un peso rilevante).

L'ipotesi di mantenere un livello di alleanza tra UE e USA sempre più simile all'assoggettamento piuttosto che all'asservimento non può essere ulteriormente sostenuto dalla UE, pena la sua già probabile dissoluzione politica, avviata dall'aggrovigliata questione Ucraina e aggravatasi con il sabotaggio, da parte ucraina, del gasdotto NorthStream che riforniva l'Europa industriale di energia a prezzo contenuto.


Verso l'Eurasia

Un modello di geografia economica che definisca come area di scambio commerciale concordato l'intera Eurasia, dalle coste atlantiche a quelle del Pacifico passando per l'Oceano Indiano, potrebbe essere strutturalmente più significativo, produttivo e rilevante rispetto all'interscambio atlantico oggi prevalente.

Un sistema commerciale concordato di stampo euroasiatico consentirebbe, inoltre, significative aperture verso i mercati africani e arabi, in sviluppo significativo, mentre l'accordo in fase di definizione tra UE e Mercosur rappresenta già da oggi un'opportunità per le imprese europee operanti nei settori dell'industria e dei servizi.

All'interno del blocco euroasiatico, comunque, lo Stato, ogni singolo Stato, resterà elemento di diritto pubblico. Chi vuole privatizzare lo Stato e chi immagina di abbattere le forme di Welfare costruite in decenni di Pace è gentilmente pregato di trasferirsi negli USA.


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