top of page

LA PARTE GIUSTA DELLA STORIA

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 10 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Si sente fin troppo spesso parlare di “parte giusta della Storia”. Ma quale sia la parte giusta, al netto dell'idealismo e della partigianeria, non è dato sapere.


“Sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l'elogio”.

Così esordisce Antonio nella sua orazione funebre nel Giulio Cesare di Shakespeare (atto terzo, scena seconda). Il corpo di Cesare deve ancora essere inumato, la città è stordita, i pugnali di Bruto, Cassio e degli altri congiurati non sono ancora stati ripuliti del sangue di uno dei pochi condottieri che saranno universalmente riconosciuti e apprezzati.

Di Bruto e di Cassio non si ricorderà nessuno, se non per parlare di tradimento, e di un tradimento che per impedire a Cesare di farsi Re avviò una torbidissima stagione di conflitti che produssero, per ultimo effetto, l'Impero e gli Imperatori, sconfessando totalmente l'obiettivo politico dei congiurati.

Giulio Cesare entrò nella Storia a pieno titolo, icona assoluta della romanità di quel tempo e, si badi bene, giungeva ad un potere esclusivo essend partito con ruolo di rappresentante dei “Populares”, controparte politica dei Senatori latifondisti che grazie ai meccanismi centralmente governati della Repubblica potevano gestire il proprio potere con sufficiente tranquillità mantenendo intonse, se non incrementando, le proprie ricchezze.

Quella vicenda dovrebbe fare riflettere chi oggi vaneggia di “parte giusta della Storia”.

A parte il fatto che la Storia viene scritta dai vincitori, per cui ogni storico sa che la Storia ufficiale è quanto meno narrata in modo equivoco, i Senatori sostenitori della Repubblica la magnificavano in quanto utile ai loro propri interessi e maneggi, non certo in funzione di un miglioramento delle condizioni della suburra. Diversamente i Populares puntavano ad ampliare il territorio romano per offrire ai combattenti appezzamenti coltivabili in riconoscimento dei loro servigi militari, traducendo i militari in coloni colonizzatori.

Quale, allora, si sarebbe detta la “parte giusta” della Storia?

Vogliamo oggi affermare che la “parte giusta della Storia” coincida con il Diritto Internazionale, ben sapendo che lo stesso Diritto è stato ripetutamente, scopertamente e manifestamente violato proprio dai suoi principali, e ipocriti, sostenitori che non hanno esitato a manipolare informazioni, aggredire militarmente, bombardare e modificare regimi di Stati non allineati ai propri voleri ?

Vogliamo persistere con l'atroce doppiopesismo per cui identiche azioni svolte con identiche modalità sono cattive o buone a seconda di quale sia la mano che uccide e di quale divisa o cittadinanza indossi chi muore?

Fu “giusto” l'attentato di via Rasella che diede origine alla repressione con la strage delle fosse Ardeatine?

Fu “atto di lotta partigiana”, giustificabile quindi dai sostenitori di quella partigianeria, il massacro del 7 ottobre a danno di civili ebrei?

Non esiste una “parte giusta della Storia” se non nella prospettiva di un'analisi critica successiva, in funzione dei risultati effettivamente prodotti dalle azioni, risultati a loro volta letti e interpretati attraverso la lente deformante del pregiudizio o dell'orientamento politico dei critici.

Non esistono conflitti che terminano in pareggio.

Allo stesso modo non esiste alcuna “pace giusta”, che mai nella Storia le ragioni degli sconfitti hanno prevalso in alcun modo: vi dice ancora qualcosa il grido di Guai ai vinti (Vae Victis!) che Brenno lanciò dopo il Sacco di Roma?

La Storia non è un prodotto dell'etica, tanto meno della morale.

È vicenda economica, di forze contrapposte e di interessi conflittuali.

Se vogliamo davvero parlare di Storia atteniamoci ai fatti e alle relative conseguenze.

Così, da quanto scritto, dovrebbe essere palese che un Governo abbia il fondamentale compito di sostenere gli interessi del Suo Popolo valutando i fatti, le azioni e le relative conseguenze, eppure proprio nel Paese che fu fonte di immensa Storia e di relativi insegnamenti, al Governo pare sfuggire il senso più stringente del Suo esistere e del suo gestire, così come appare evidente l'assenza di riconoscimento delle necessità urgenti del Paese a fronte delle quali si manifestano arroganza e pregiudizio, interessi settoriali e non collettivi.

Non comprendere quali siano gli interessi storici della Nazione, e le rispettive alleanze necessarie per conseguirli, è atto che rasenta la frode nei confronti degli elettori e dei cittadini.

Celiare millantando rapporti preferenziali con l'ostile che da alleato si trasforma in avversario è tattica di ribaldi e traditori, novelli Jago pronti a seminare falsi indizi.

Negare risposte e chiarimenti, come un Coriolano qualsiasi che si oppone ai Tribuni della plebe con saccenza e arroganza, tentando la più banale delle forme retoriche che trasformano l'accusato in accusatore, è azione meritevole di destituzione, che una volta perduta la dignità a poco serve la retorica nel tentativo di recuperarla.

Cesare venne pugnalato per arroganza di potere e distanza dal pubblico interesse: l'idea stessa di non avere come strada maestra gli elementi costituenti del contratto sociale e di cercare con un nuovo regno di sovvertire la costituzione materiale vigente lo rese meritevole di congiura.

Coriolano fu esiliato per aver malaccortamente risposto alle giuste domande dei Tribuni che in lui cercavano non il combattente bensì il Console.

Qualcuno oggi, al Governo, riunisce su di sé gli errori di Cesare e di Coriolano.

Chissà che la Storia non sia maestra a chi esercita, malaccortamente, il Potere.



Commenti


bottom of page