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LA FABBRICA DEI SUPERFLUI

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 6 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Al centro di questo nostro modello sociale, di questo tecnocapitalismo arrembante, della finanza supponente, della sperequazione economica non vi è un'idea collettivama l’idea della tecnica: non la tecnologia come insieme di strumenti, ma la tecnica come orizzonte, come forma del mondo, come criterio ultimo con cui la realtà viene valutata.

In questa impostazione la tecnica non guarda più l’uomo come fine: lo guarda come funzione.

La domanda non è “chi sei?”, ma “a cosa servi?”.

E l’unità di misura diventa la triade perfetta dell’epoca: efficienza, produttività, performance.

Finché si produce, si esiste.

Quando si smette di produrre si comincia a sparire.

Così nascono vicende a tutti note, qualcosa che è figlia della solitudine alla quale ci costringe la contemporaneità, qualcosa che in molti hanno visto almeno una volta: il pensionato che non sa più chi è, l’invalido trattato come costo, l’anziano che si sente colpevole di respirare perché non rende e non produce.

È la tragedia moderna: non l’assenza di pane, ma l’assenza di identità.

Eppure, proprio qui, comincia il punto per cui questo pensiero diventa pericoloso.


1) Il rischio: descrivere un destino e chiamarlo realtà

C’è un modo sottile di uccidere l’uomo: non con la violenza, ma con la diagnosi.

Se il dominio della tecnica viene raccontato come inevitabile, se diventa una legge di gravità, la critica si trasforma in resa. La denuncia diventa una liturgia: la si celebra, ci si indigna, e poi si torna a casa come prima.

La tecnica, così, non è solo ciò che accade: diventa ciò che deve accadere. E l’uomo si abitua a considerarsi un ingranaggio. È qui che la filosofia smette di essere un’arma e diventa un sonnifero.


2) Il non detto: chi ci guadagna?

Se una massa enorme viene educata a valutarsi in base alla produttività, è inevitabile domandarsi chi incassi i benefici di quell’iperproduzione.

Quando il problema viene chiamato semplicemente Tecnica, si rischia di trasformarlo in una nube metafisica: nessuno decide, nessuno governa, nessuno incassa.

In realtà la tecnica non è mai neutra: vive dentro rapporti di potere, dentro assetti economici, dentro scelte precise. Senza questo secondo livello, l’analisi resta monca: si vede l’oppressione, ma non si vede il proprietario della frusta. E se non si vede il proprietario, si finisce per credere che la frusta sia una legge naturale.


3) Il nichilismo come esito coerente

Quando l’uomo vale solo perché produce, rettitudine, moralità, gratuità diventano linguaggi morti. Non perché siano confutati, ma perché non servono,divengono superflui.

E qui la logica tecnico-economica cancella l’uomo.

Perché l’uomo, nella tradizione umanistica e cristiana, è un mistero: ha un valore che precede ogni prestazione.

Nella logica tecnico-produttiva, invece, l’uomo è un dispositivo: vale se funziona.

Questa idea è devastante non quando viene dichiarata apertamente, ma quando scivola nella quotidianità come buonsenso: non è più autosufficiente, non è più produttivo, pesa sul sistema.

E la parola peso diventa una sentenza.


4) La cultura dell’espulsione

Su temi delicatissimi come eutanasia e suicidio assistito occorre essere rigorosi. Nei Paesi Bassi esiste una normativa (in vigore dal 2002) che disciplina eutanasia e suicidio medicalmente assistito con criteri e procedure; e negli anni è cresciuto il dibattito sul completed life, l’idea che una persona anziana possa chiedere assistenza a morire anche senza una malattia terminale.

Qui non interessa fare propaganda. Interessa la cornice culturale: se una società viene educata a pensare che il valore è produttività, allora l’uscita dal ciclo produttivo diventa un problema di gestione. E quando una società comincia a ragionare in termini di gestione dei non produttivi, la parola dignità rischia di diventare una targhetta elegante appesa su una scelta già fatta.


5) Un sistema pericoloso

Quando un pensiero efficace descrive la disumanizzazione come orizzonte totale diventa una pedagogia del nichilismo. Il pericolo non è che inviti a disumanizzare. Il pericolo è che, descrivendo la disumanizzazione come inevitabile, finisca per renderla normale, perfino accettabile. A quel punto la tecnica non è più un problema: è un destino. E l’uomo non è più un fine: è un mezzo.

Qui vale dire l’opposto con la stessa chiarezza: l’uomo non è un funzionario della macchina.

La macchina dovrebbe essere un servo, non un dio.

E se una società arriva a credere che chi non produce non merita, allora non si sta parlando di progresso: si sta parlando di una nuova forma di barbarie, ordinata, pulita, efficientissima. Una barbarie con la cravatta.


6) Scarti umani

E allora la domanda conclusiva non è più filosofica, è materiale come un sacco dell’umido: che cosa produce davvero questa età della tecnica?

Produce merci, produce dati, produce utili. Ma soprattutto produce scarti. Produce quelli che chiamo — senza metafore gentili — rifiuti umani: persone espulse dal ciclo dell’efficienza, anziani, invalidi, fragili, disoccupati, depressi, inermi, trattati non come vite ma come problemi di gestione.

Si butta via ciò che non rende.

La tecnica, quando diventa morale, non uccide con la lama: uccide con la categoria.

E questa fabbrica di scarti è il vero volto del nichilismo contemporaneo perché senza un valore che preceda la prestazione resta solo il bilancio, resta solo la resa, resta solo la contabilità del peso.

È in questo paesaggio che bisogna prendere posizione: io non scrivo per arredare il mondo, scrivo per contraddirlo; non scrivo per intrattenere, scrivo per resistere.

Mi sento un cronista di guerra non perché cerchi il fragore, ma perché abito una realtà che tenta di negare l’uomo con l’arma più subdola: la normalità.

E se la normalità pretende che l’essere umano valga solo finché produce, allora scrivere diventa un atto di difesa: un modo per restituire nome, volto e sacralità a ciò che il sistema vorrebbe ridurre a scarto.

Perché la guerra, oggi, non è solo tra eserciti: è tra una macchina che contabilizza e una persona che chiede di essere riconosciuta.

E io, finché ho parole, sto dalla parte della persona.



1 commento


Linda Parroco
06 feb

Quello che dici è centrato, profondamente.

Forse sì: l’uomo dovrebbe imparare a servire a sé stesso, nel senso più alto del termine. Non per egoismo, ma per cura. Non per utilità, ma per consapevolezza. Riconoscersi come fine, non come mezzo.

La corsa a “servire a qualcosa” è una trappola sottile: sembra nobile, ma spesso è solo il riflesso di una società che ci accetta a patto che siamo funzionali. E quando non lo siamo più, ci sentiamo in difetto, quasi in colpa di esistere. È disumano.

E ti ringrazio davvero per quello che continui a scrivere perché mi fa riflettere il tuo è un riconoscimento che va oltre l’idea di utilità. Smuovere coscienze non è produrre, non è performare: …

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