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SE TELEFONANDO

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 27 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

Una telefonata sollecitata dalla Presidente del Consiglio con il Presidente della Repubblica potrebbe celare ipotesi di rimpasto o persino di nuove elezioni politiche. Proviamo a individuare gli scenari possibili.


La telefonata risale a giovedì 26 marzo, al rientro dalla missione energivora in Algeria della Presidente Meloni, nel pieno di quella tempesta politica che sta contrapponendo in misura fin troppo palese gli interessi diversificati dei partiti che compongono l'attuale maggioranza di governo.

Al netto delle misure più ovvie, dalla nomina del nuovo Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia all'interim al Ministero del Turismo acquisito dalla stessa Presidente Meloni, non è improbabile che la conversazione abbia toccato altri e ben più significativi argomenti.


La posta in gioco

In gioco c'è la tenuta dell'attuale esecutivo, un governo che aspira legittimamente ad affermarsi come uno dei più longevi della storia repubblicana e il primo, da decenni, che abbia saputo riportare i conti pubblici sotto un almeno apparente controllo.

La tenuta del Governo appare però minacciata sia dagli eventi bellici esterni, che hanno già determinato una crescita dello Spread (il valore differenziale tra le rendite dei Titoli di Stato) tornato a quota 100, sia da eventi interni, il Referendum e la relativa sconfitta in capo alla maggioranza partitica.


Prospettive turbolente e bilanci critici

Le tensioni finanziarie derivanti dalla nuova Guerra del Golfo si uniscono alla percentuale del 3,1 raggiunta nel rapporto tra Deficit e PIL, un rapporto tale da non far uscire l'Italia dalle procedure di infrazione previste dall'UE.

Le previsioni economiche sono tutt'altro che rosee: il costo dell'energia frena i processi industriali già azzoppati dai Dazi statunitensi, la BCE prospetta una crisi di lungo periodo, parola di Lagarde, che inevitabilmente si riverbererà sui tassi di interesse, e la conclusione delle concessioni affermate col PNRR obbliga l'Italia ad avviare le procedure di restituzione del debito accumulato. Le varie dinamiche aggregate tra loro potrebbero far saltare l'aura di “bilancio in ordine” e “conti sotto controllo” fin qui vantato dal governo.


Popolo sovrano e partiti col mal di pancia

In uno scenario di assoluta incertezza in larga misura determinato dall'inaffidabilità del partner storico d'oltre Atlantico e da scelte comunitarie non sempre condivisibili e comunque fortemente divisive a partire dal Riarmo Europeo per arrivare al sostegno senza se e senza ma all'Ucraina passando dalla rinuncia ai combustibili fossili russi, il recente Referendum ha indicato con forza e chiarezza la distanza tra Popolo Sovrano e orientamento governativo.

Votando NO al quesito costituzionale una larga quota di elettori ha espresso implicito dissenso rispetto alle scelte politiche operate dal governo Meloni, dall'Atlantismo acritico al sostegno ad un governo Israeliano manifestamente guerrafondaio, dalla riduzione dei Servizi pubblici alle mancate azioni di supporto alle sempre più necessarie forme di Welfare in una società in cui la quota di povertà cresce senza interruzioni e in maniera preoccupante.

Al voto popolare i Partiti della coalizione di maggioranza hanno reagito con sintomi malpancisti di rara intemperanza: mentre Forza Italia si avvia ad un riposizionamento centrista cercando nuovi leader e volti pubblici, la Lega si schianta tra chi vorrebbe tornare alle origini bossiane e chi propende a favore di un percorso vannacciano. Di Fratelli d'Italia si è scritto venerdì scorso e i “fratelli coltelli” minacciano vendette trasversali tra fedeli di rito romano e eretici di rito ambrosiano.



Crisi o non crisi, questo è il dilemma

Calciare la palla in tribuna e tornare immediatamente al voto consentirebbe a Meloni di conservare, per quanto possibile, la forza inerziale che al momento le attribuisce una preferenza relativa maggioritaria, elemento che potrebbe rinforzare il suo partito ma, inevitabilmente, indebolire gli alleati riducendo persino la possibilità di ottenere il consenso maggioritario necessario per mantenere al governo la coalizione.

Indubbiamente, però, un'anticipazione elettorale troverebbe l'opposizione impreparata, ancora tesa a capire se esista un programma comune e in cosa consista, eventualmente, lo stesso programma. Un'opposizione lacerata come la maggioranza per quanto ai temi di politica estera, dall'appoggio all'Ucraina alle relazioni commerciali con Russia, Cina e mondo BRICS, in cui ancor meno chiara del programma risulta l'ipotesi di leadership e di guida di coalizione.

Ma la crisi, avviata a causa della batosta elettorale, potrebbe anche definire un enorme rischio in termini di credibilità e affidabilità internazionale del sistema Italia, elemento che sostiene la finanza pubblica più di altri ragionamenti contabili, avviando contesti ad alta criticità in uno scenario già altamente caotico e carico di incognite.


Se telefonando

Immaginiamo allora che il Presidente Mattarella abbia illustrato il possibile Caos derivante da un'ipotesi di crisi di Governo, e rintuzzato le aspettative meloniane individuando una possibile scelta alternativa nei termini di un plausibile Governo Tecnico capace di accompagnare la legislatura alla sua fine temporale naturale prevista nel 2027.

Una scelta che raffredderebbe gli animi, congelerebbe le posizioni e affronterebbe una complicatissima Legge Finanziaria di fine anno senza l'assillo di omaggi clientelari e corporativi tipici delle manovre economiche di fine legislatura.

Evidentemente tra una crisi senza sbocchi favorevoli e il mantenimento, se pur rabberciato, dello Status Quo alla Presidente del Consiglio conviene, per il momento, la seconda opzione.

Per il momento, abbiamo scritto, perché le scelte successive dipenderanno soprattutto dagli scenari internazionali e dalle rispettive evoluzioni. Se il conflitto iraniano dovesse strutturarsi nel lungo periodo, e molti indicatori suggeriscono che così sarà, l'accanimento della crisi economica interna ed europea potrebbe suggerire un'azione del tipo “o la và o la spacca” in cui Meloni proponga un Governo Forte, ancora più orientato ad un populismo di destra-destra ad un Paese Debole, indebolito e sempre più impaurito.

Dato che la tentazione autoritaria in certi contesti politici è originaria e naturale l'ipotesi tracciata nelle righe precedenti non risulta affatto campata in aria.


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