UTOPIA MULTICULTURALE

E' davvero possibile una società multiculturale o non è piuttosto necessaria una società multietnica all'interno di una cultura definita e unica? Parliamo allora di Bisogni e Valori, di Cultura e Ordine, di danni da relativismo culturale e di Primazia necessaria.
Cinesi, russi e statunitensi sono definibili come tali: si definiscono persino primariamente come tali (prima sono cinesi, poi della tale regione, poi della famiglia e infine arriva l'individuo) condividendo una dinamica culturale comune, e questo fenomeno identitario – che negli USA va diminuendo in misura direttamente proporzionale con l'affermarsi del multiculturalismo – sottolinea anche uno spirito identitario che dall'origine tribalità conduce alla macronazionalità.
Oggi l'Europa “si vuole” multiculturale, in grado di accettare e di assorbire e fare proprie culture derivanti da diversi continenti, mentre fatica a sua volta a far coincidere le culture originarie degli Stati afferenti, all'intero dei quali da tempo è in corso una non semplice amalgama delle relative culture territoriali.
Insomma, prima di arrivare al multiculturalismo bisogna provare a definire cosa sia una “cultura” diffusa.
Dal bisogno al valore
Negli anni in cui ero ancora docente domandavo ai discenti di scrivere ciò che ritenevano essere i loro “valori assoluti”, quelli con la V maiuscola, quelli che ritenenvano “universali”. Al termine delle descrizioni emergeva con chiarezza che quelli indicati come “valori” altro non fossero che “bisogni” individuali, bisogni talmente importanti per i singoli da attribuire il ruolo di “Valore” persino universale.
La soluzione ai bisogni condivisi nella maggioranza degli appartenenti ad un gruppo umano definisce le regole comportamentali di gruppo, quella che definisco come “economia comportamentale” sociale che deriva anche, ma non solo, dalle necessità produttive, economiche, di sostentamento e di difesa del gruppo stesso.
L'insieme delle regole tese alla soluzione dei bisogni diviene “cultura condivisa”, generando a sua volta tabù insuperabili e norme definite nella difesa dell'insieme delle regole stesse.
L'insieme delle attività sociali si organizza e struttura conseguentemente: scuole, fabbriche, uffici, ospedali e servizi di difesa riproducono la cultura condivisa e l'organizzazione relativa, divenendo esse stesse “coltivatrici” metaforiche della cultura in esse rappresentata, attività che oltre a riprodurre il paradigma consentono di istruire l'individuo al paradigma stesso.
Il percorso secolare nella soluzione dei bisogni, agevolato dalle conoscenze tecniche e scientifiche, definisce a sua volta ciò che chiamiamo “progresso” affermandosi come cultura condivisa di questa o quella popolazione. In questa ottica è quindi evidente come la tendenza assunta dall'economia locale piuttosto che dalla tecnica modifica il percorso culturale in una forma che potremmo definire arbitraria rispetto alle alternative del possibile.
Ordine e cultura
Riflettendo recentemente con un amico sul concetto di “ordine” emergeva l'apparentamento tra il concetto stesso di ordine a quello di ambiente culturale, in cui la cultura comune diviene creatrice di ordine sociale.
Ampliando il ragionamento la cultura socialmente diffusa ha per obiettivo primario la riproduzione di se stessa, scatenando conflitti e controversie nel momento in cui si affermano modifiche rilevanti nell'organizzazione economica e nella modifica dei bisogni correnti, obbligando la Cultura ad un aggiornamento dinamico all'interno di un gruppo sociale, per quanto esteso, che di quella medesima cultura si fa portatore, protagonista e portavoce.
Inevitabilmente, allora, l'affiancamento di diverse culture, rispondenti a diversi bisogni e valori, produce conflittualità indebolendo la cultura originale e scatenando fenomeni di incompatibilità tra i portatori delle differenti istanze valoriali e culturali.
Peggio ancora accade quando nel tentativo di affermare un'amalgama culturale si minimizza l'importanza del mandato culturale originario, lo si mortifica in un relativismo senza attribuzione e senza valorialità, determinando sia la crisi della cultura originaria, sia la mancata primazia di una delle culture in conflitto, ovvero una situazione di caos e di disordine prossimo alla conflittualità.
Il Relativismo dannoso
Minimalismo e relativismo generano incertezza: si comincia a guardare ai valori della tradizione come ad una sciocca zavorra che ci siamo trascinati per secoli sulle spalle, che nei concetti e nei valori espressi vi sia qualcosa di sbagliato e che nella loro conservazione si annidi il rischio di non comprendere l'attuale complessità sociale.
Si immagina allora di dover gettare alle ortiche l'antico Paradigma per provare ad elaborarne uno nuovo che definisca una normalità condivisa dalle differenti correnti che animano una società sempre più complessa e articolata.
Ciò che prima era Tabù ora diviene lecito, ciò che era devianza si afferma come nuova normalità e nulla definisce più “eccezione” all'interno di un miscuglio di istanze privo di una chiara Primazia culturale.
In luogo della Cultura, allora, si ipotizza che la primazia appartenga alla Legge, alla quale ognuno soggiace indipendentemente dalla Cultura originaria, rendendo omaggio al pensiero che fu di Levi Strauss secondo il quale la cultura non serve a niente, non è più la “funzione” di niente ed è priva di criteri con cui valutare oggettivamente la propria necessità.
La necessaria Primazia
Resta il fatto che Russi e Cinesi (e ancora per un po' buona parte degli americani), si riconoscono nelle rispettive culture primarie e prevalenti mentre la dinamica del multiculturalismo appartiene prevalentemente all'Europa che molto discute e discetta cercando nell'eredità dell'Illuminismo, della Ragione e della Legge, la propria centralità identitaria.
Non sembra però che l'orientamento istituzionale europeo convinca gli europei né ad abbracciare la fede della Ragione nella Legge né a mettere da parte tradizioni secolari, né si ha l'impressione che altre etnie sopravvenute abbiano il benché minimo interesse ad abbracciare i fondamentali dell'illuminismo per rendere non prioritarie e a loro volta relative le proprie culture e fedi originarie.
Gli Stati si fanno relativisti definendo modelli d'organizzazione privi di primazia culturale, mentre le etnie sopravvenute persistono nel valutare le proprie culture identitarie non relativizzabili, anzi eventualmente sovrapponibili alle culture originarie di cui si è, volutamente e per scelta politica manifesta, ridotta l'importanza.
Occorre allora, a parere di chi scrive, tornare ad affermare una Primazia Culturale, nazionale e continentale, ampiamente tollerante, si intende, delle culture ospitate, ma identificativa e condivisibile, coerente con il proprio tragitto storico e trasmissibile alle generazioni future.
Un codice, una fede, una Visione che accomuni e definisca, che sia Valore che risolve il Bisogno, capace di aggregazione e di appartenenza in modo che ognuno, nato o cresciuto o arrivato in Europa, possa affermare di sentirsi in primo luogo Europeo e dell'Europa condividere valori e identità.
Diversamente saremo troppo deboli, troppo frammentati, troppo internamente divisi e combattuti: in sostanza saremo preda dei venti e di questi tempi forse non conviene.





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