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POLITICA SENZA VISION

Immagine del redattore: Gilberto
Gilberto
9 ago
Tempo di lettura: 3 min


Da alcuni segmenti elettorali si critica la politica dei partiti in quanto priva di progettualità, ma se si guarda con attenzione alle dinamiche elettorali è proprio l'assenza di “vision” che assicura il voto.


Si fa cena con quello che c'è in dispensa, si diceva un tempo. E un tempo per “politica” si intendeva una serie di misure specifiche (tattiche) coordinate per raggiungere un obiettivo sociale di lungo periodo (strategia) all'interno di una chiara e definita Visione dell'organizzazione sociale.

Al volgo si raccontava la Visione, spesso rosea, per far meglio comprendere la strategia, spesso di contrasto con altre strategie relative a categorie differenti, per fare digerire delle tattiche particolarmente agre.

Erano quelli i tempi in cui congreghe e confederazioni, associazioni e sindacati si battevano nei congressi e nelle piazze non diversamente dalle Gilde medievali e la politica o assumeva il respiro lungo esercitato dalla memoria storica dei conflitti sociali, almeno a partire da quelli sorti con la rivoluzione industriale del secolo decimonono, o non era.

Era politica che affermava visioni politiche e gestioni della cosa pubblica capaci di orientare lo sviluppo della manifattura e dell'impresa, dove l'orientamento di visione poteva essere liberale o socialista, cattolica o comunista, diversificando il mondo e la vita di chi in quel mondo sarebbe vissuto.

Oggi non più.

Oggi l'economia cosiddetta di mercato è una e orienta l'amministrazione, e l'economia cosiddetta di mercato esige il profitto e non ama erogare al sociale ciò che potrebbe acquisire.

L'economia disegna il mondo, i consumi, i consumatori, i confini a propria immagine e somiglianza autorizzando al più la politica ad occupare ruoli amministrativi necessari, se proprio si deve, alla pubblica gestione.

L'elettore è ancor prima che elettore consumatore e cliente dell'economia.

Il suo motto non scritto, e forse persino ignoto, è “primum vivere!”.

Non ha proiezioni nel futuribile, non sogna un mondo diverso e migliore e meno inquinato e in pace da lasciare a figli o nipoti ma spera di riuscire a pagare il mutuo, di acquistare una vettura più prestigiosa, di potersi ancora permettere qualche vacanza, di guadagnare abbastanza per poter mandare i figli all'università, di lasciare agli eredi un gruzzolo sufficiente a non farli disperare. L'elettore non domanda il colore del gatto che si prenderà cura dei topi che lo preoccupano.

Ha seguito studi non complicatissimi, l'elettore, teme di essere o divenire precario e della vita che osserva intuisce soprattutto l'incertezza; naviga in rete ed esercita la memoria del pesce rosso tra un'immagine e un reel, chattando sul lavoro come nel privato.

Vive un'epoca dove lo spazio è contratto, il tempo appiattito e il mondo una sala giochi da visitare in fretta e in modalità lowcost. Non si concentra, non si sofferma che per il tempo in cui la novità esercita fascinazione. Strategia, per lui, è parola dal periodo eccessivo, weltanschauung non più che un accessorio filosofico privo di valore concreto e immediato.

Scegliere una politica implica assumere una posizione all'interno di un conflitto, così la politica si fa minimalista e frammenta la conflittualità in scontri minimi rapidamente superabili, oggi comunicati e domani immediatamente dimenticati, sorta di immenso mosaico di cui si presentano i singoli tasselli fingendo non esista il disegno complessivo né una specifica tecnica compositiva.

Così accade che i soddisfatti di cui altrove ho scritto sostengano la politica che li rende soddisfatti mentre superflui, inutili e miserabili intuiscono con buone ragioni che nessuno schieramento ha interesse per le loro sorti, che ogni schieramento sostiene le necessità dell'economia che li disprezza e si allontanano dall'agone elettorale, consapevoli del fatto che il loro ruolo li colloca tra il martello della politica e l'incudine dell'economia.

Così accade che solo gli eccessi populisti, o cosiddetti tali, riscaldino gli animi non già di chi tutto ha perduto ma di chi teme di essere in procinto di perdere tutto, di precipitare dal ruolo Soddisfatto al miserabile superfluo, mentre i Soddisfatti di lungo corso premiano col proprio voto chi assicura il mantenimento del privilegio aggiungendo qualche elemosina adeguata a elevare moralmente il proprio Ego, e solamente il diverso destino della mancia definisce l'eventuale politica di gruppo divenendo il Governo, qualsiasi esso sia, il Grande Elemosiniere per associazioni vicine e categorie apparentate, lasciando all'Economia cosiddetta di Mercato il ruolo di Timoniere.

Quindi è proprio il non far nulla, il non affermare prospettive, l'evitare accuratamente di valutare il cambiamento la miglior tattica per assumere il Potere, meglio ancora è il recedere da passi precedentemente operati e maldestri verso un possibile progresso.

Aggiungere pene ai miserabili e togliere spese ai Soddisfatti definisce l'intento manifesto della politica affermata, come quel taglialegna argentino che urlava “afuera” cancellando ministeri e relativi costi per dare ai soddisfatti maggiore soddisfazione.



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