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UNA VITTORIA BRUCIANTE

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 25 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

Improvvisamente il centro sinistra scopre di “volere ascoltare la sua gente”, indicando con chiarezza di essersi fortemente allontanato dalla propria base.

Il fronte del No permanente. Salario e Impresa. La superficialità al potere. La lunga marcia.


Di solito ad essere “brucianti” sono le sconfitte. Oggi, al contrario, dobbiamo osservare come la vittoria riportata dal fronte del no in sede referendaria rappresenti per il campo progressista una “Vittoria bruciante”.

Bruciante perché ha messo immediatamente in evidenza l'autocompiacimento dell'articolato mondo del centro sinistra da vent'anni impegnato ad ascoltare i propri borborigmi invece che porre attenzione alle esigenze espresse dal proprio elettorato potenziale.

Bruciante perché ha evidenziato con chiarezza estrema, attraverso le parole utilizzate dai vari esponenti, l'assoluta assenza di un programma, di un progetto, di un'idea (e men che meno di un'ideologia) attorno a cui costruire un'ipotesi di governo, una formulazione alternativa all'attuale esecutivo.


Il Fronte del No permanente

Sorge allora il sospetto che tra le poche cose giuste attribuibili a Salvini l'indicazione per cui “questi sanno dire solo NO”, indicando con “questi” i rappresentanti del centro sinistra, sia corretta.

E se dire NO è molto facile e politicamente conveniente, visto che da sempre la protesta si dimostra più attraente della conduzione economica e politica di una qualsiasi attività, l'improvvisa necessità di “ascolto” esprime l'ormai intervenuta disconoscenza della propria base.

Con la scomparsa delle sedi locali territoriali, delle cellule rionali, delle “lettere al direttore” dei giornali dai titoli rossi di un tempo e con la sostituzione di tutto quell'apparato con banalissimi post pubblicati sui social riportanti sterili slogan e parole d'ordine dietro ai quali non esiste alcuna progettualità, il rapporto tra elettori ed eletti, tra votanti e segreterie, è scomparso, inaridito come un deserto colpito da ulteriore siccità.

Che il ritorno ai seggi di tre milioni circa di elettori che si davano per scomparsi generi sorpresa e entusiasmo tra i cosiddetti leader di partiti a cui quell'elettorato dovrebbe fare riferimento non è solo sorprendente ma concretamente scoraggiante.

Significa che i leader e le rispettive segreterie vivono chissà dove, in ambienti dove l'eco popolare non può arrivare, impegnatissimi in micro battaglie di figura e di forma, sordi alle questioni di sostanza.


Salario e Impresa

Scioccante, ad opinione di chi scrive queste note, la prima affermazione emersa dalla segretaria PD durante una nota trasmissione televisiva, secondo cui il “salario minimo” è la pratica più urgente da affrontare. Dimentica però, la signora segretaria, che un aumento del salario minimo in tempi in cui le imprese vacillano sotto ai costi energetici significherebbe la cessazione delle attività per una moltitudine di PMI e una relativa ondata di espulsioni dal mondo del lavoro.

Finge di non sapere che il modello occupazionale è aggredito da robotica e AI, e che il problema non è più, o non solo, il “salario minimo” bensì l'intera struttura dell'organizzazione del lavoro e dei supporti di formazione e welfare necessari per fronteggiare il rapido cambiamento organizzativo.

Guardando uno solo degli aspetti della vasta problematica occupazionale e salariale ci si pone in condizioni di conflittualità con la parte datoriale all'interno di un confronto che rischia di essere sterile, trovando la parte datoriale maggiore opportunità nello sviluppo tecnologico delle imprese rispetto al mantenimento dell'organico salariato.

Lo scontro non porta a nulla, la negoziazione di nuovi processi occupazionali forse determina crescita.

Ma questo è solo un esempio della eccessiva semplicità con cui il cosiddetto campo progressista affronta le dinamiche a cui la politica deve concretamente dare soluzione.


La Superficialità al Potere

Si tratta di un modo estremamente superficiale di affrontare le problematiche generato, ritengo, dalla manifesta limitatezza culturale di ampi strati di eletti, soggetti per cui la competenza analitica ha il valore di una puntata al gratta e vinci, persone cresciute in una logica di “appartenenza al brand di partito” e non di valutazione sistemica delle problematiche generali.

Persone magari animate da ottime intenzioni, ma prive dell'armamento culturale per individuare soluzioni.

Potremmo facilmente ricordare i disastri del recente passato, dalla moltiplicazione dei bonus ai geniali banchi a rotelle fino agli assegni sociali erogati a privi di diritto, tutti elementi coerenti con le ottime intenzioni e le scarse competenze.

Il dramma si estende oltre alla politica politicata e abbraccia le dirigenze dei ministeri, all'interno delle quali si individuano persone prive delle qualità minime persino per scrivere una norma, un codice, un regolamento attuativo.

Così il cosiddetto campo largo deve pensare bene persino al “se valga la pena” vincere la prossima tornata elettorale, perché un'eventuale vittoria metterebbe in evidenza e in risalto il deserto delle competenze in cui si naviga, l'assenza di prospettiva, la banalità delle proposte offerte.


La lunga marcia

Fortunatamente oltre un anno ci separa dalla prossima tornata elettorale. Un anno in cui il centro sinistra dovrà mettere mano non solo alla definizione programmatica e alla definizione, coram populi, della leadership, ma anche e soprattutto all'organizzazione interna di un sistema di governo capace di efficienza, competenza e produttività all'interno dei Gabinetti Ministeriali, con la formazione di quadri dirigenti e funzionari in grado di affermare positivamente la loro azione riformatrice.

Un'operazione, questa, in cui il dire no non serve a nulla.

Per governare servono professionisti e manager, non portavoce o cabine di risonanza.

Meno slogan, per favore, e più idee.

Ovviamente nel frattempo il campo progressista deve sperare che l'attuale esecutivo non si renda conto delle carenze di cui ho scritto, caso nel quale al governo attuale converrebbe tirare la palla in tribuna, farsi dimissionario e tornare rapidamente al voto mantenendo per sé l'esiguo vantaggio di cui ancora dispone.



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