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VIZIO E PREGIUDIZIO

  • Immagine del redattore: Gilberto
    Gilberto
  • 31 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Troppe le vicende in cui il Pregiudizio degli inquirenti ha distorto il percorso investigativo fino a risutare determinante nel giudizio. Seguire i Fatti e non le opinioni dovrebbe essere la prima regola da seguire per inquirenti e magistrati. Diversamente si rischia di avere una Magistratura Morale, non diversa dalla Polizia Morale attiva in altri regimi.


Il vizio del pregiudizio è molto più diffuso di quanto non si immagini, ma la sua dimensione si comprende benissimo, purtroppo, solo quando l'indagine ci sfiora.

Elementi per noi comuni e trascurabili, spesso considerati come parte del necessario divertimento esistenziale, assumono agli occhi dell'investigatore o dell'inquirente la dimensione di un macigno da usare come accusa nei confronti di un soggetto non già reo di un delitto contro la persona o il patrimonio, bensì contro la morale specifica dell'inquirente.


Tragica diviene la situazione quando il pregiudizio inquirente si trasforma in costruzione di un movente a carico dell'indiziato, perché da quel momento qualsiasi pretesto diventerà prova da portare in tribunale agli occhi e alle orecchie della giuria giudicante, e la dimensione morale, etica e comportamentale dell'inquisito assumerà valori inimmaginabili, sapientemente descritti come aberranti dall'inquirente bigotto e puritano, in grado, nella loro dimensione apocalittica, di motivare il peggiore gesto possibile attribuito all'imputato.

Il vezzo, chiamiamolo così, di sovrapporre un pregiudizio etico e morale ad un giudizio esclusivamente basato sull'osservazione dei fatti è storico tanto tra gli inquirenti quanto tra i giudicanti, e come tale facilita enormemente il compito degli investigatori che ottengono premi e avanzamenti di carriera in misura proporzionale alle catture e alle condanne consentite.

Pre-giudicare moralmente l'accusato consente di costruire a piacere movente e procedura delittuosa trascinando in aula e dietro le sbarre persone colpevoli di divergente moralità rispetto all'inquirente.


La Legge è Letale per tutti

In materia esistono casi palesi e manifesti, e l'intera storia penale dei delitti di violenza sessuale è percorsa dall'obiettivo primario di far comparire la vittima querelante come soggetto motivante l'azione imputata, affermando ancora una volta il Pregiudizio morale come parte prevalente rispetto all'azione delittuosa in quanto tale.

Quello che ho descritto è, ad avviso di chi scrive, uno dei maggiori problemi in capo alla Magistratura, un problema che obbliga a riscrivere il motto che campeggia in tutte e aule di tribunale affermando che “La Legge è Letale per tutti”.


Pruderie assassina

Nel corso degli anni abbiamo assistito a decine di processi pessimamente impostati e tragicamente conclusi, in cui l'impostazione avviata fin dagli esordi investigativi puntava ad ottenere un risultato in cui la “pruderie” definisse un potente effetto mediatico di popolarità a favore del magistrato inquirente, in cui inevitabilmente inermi angeli venivano straziati da anticristi impersonanti il Male assoluto, salvo poi scoprire che molti Anticristi erano solo poveri cristi colpevoli, prevalentemente, di povertà sociale e educativa.

Appare evidente che se il singolo inquirente soffre di proprie personali turbe morali, di pesanti conflitti tra il proprio principio di Piacere e la Realtà operativa del proprio agire, applicherà le sue turbe al potenziale reprobo da perseguire, dipingendolo come un essere abnorme, un reietto, un rifiuto sociale.

Quale fiducia si può allora attribuire ad una magistratura che sovrappone il proprio sentimento morale, opinabile come ogni elemento soggettivo, alla valutazione di un quadro oggettivo? Nulla.


La riforma necessaria

Fondamentale allora diviene la necessità di cancellare l'impronta “etica e morale”, inevitabilmente soggettiva e soggetta a mutazioni anche sensibili nel tempo dalla valutazione giuridica. È necessario che in ambito processuale compaiano esclusivamente i riferimenti fattuali e non le opinioni e che l'inquirente venga punito quando anche solamente prova ad “interpretare” secondo la sua propria e personale soggettività etica, magari generata in ambienti particolarmente repressivi o puritani o soggetta a rivendicazioni in capo al proprio personale narcisismo.

Palese il fatto che ogni pregiudizio determina una distorsione nel giudizio, ponendo il giudice in una condizione di non terzietà, di non distacco rispetto al giudizio stesso.

Fino a quando non risolveremo questa specifica “questione morale”, fino a quando non disporremo di un sistema inquirente e giudicante avulso dalla valutazione morale dell'imputato, non potremo neppure pensare di disporre di una magistratura affidabile.



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